"Promised Land", di Michael Beltrami

Michael Beltrami, regista italo-svizzero, con "Promised Land" è alla sua vera e propria opera prima nel campo della "finzione", dopo aver lavorato come documentarista. Road-movie in cui viaggiare non vuol dire semplicemente che accada qualcosa, ma soprattutto che necessariamente qualcosa si trasformi.

Michael Beltrami, regista italo-svizzero, con Promise Land è alla sua vera e propria opera prima nel campo della "finzione", dopo aver lavorato come documentarista e aver studiato regia e sceneggiatura negli Stati Uniti per cinque anni. Presentato in concorso a Locarno 2005, è un atipico soggetto/progetto, quello dell'autore ticinese, che sembra "giocare" con il cinema attraversando le "frontiere" per superare preconcetti. Ama lavorare da sempre con il super 8 e supporti digitali, ma soprattutto la sua formazione culturale, come per Wim Wenders, sembra debitrice dell'influenza esercitata dal cinema americano e la revisione del proprio passato è prima di tutto un confronto con gli stereotipi di quella poetica cinematografica. Il tema del viaggio impastato in questa storia, della ricerca di una terra promessa, agognata non da pochi "eletti", ma da chiunque sente strozzare in gola un grido di passione; affondano le radici narrative e le implicazioni semantiche in tutta una tradizione letteraria e cinematografica squisitamente americana. Dal road-movie, ai richiami del western, dalle commedie antiche e moderne, all'occasione di fuga per affermare l'identità individuale. Ethan Wildwood è stato attore da bambino (pare che sia poi un personaggio realmente esistente), un piccolo cow boy candidato anche all'oscar, non riesce a liberarsi della propria infanzia e dei suoi sogni di gloria, vive nella sua auto "manifesto" e ha deciso di scappare da Los Angeles per annullarsi nell'immenso territorio, nei maestosi ed infiniti angoli mitizzati dal cinema. Viene incaricato da un produttore amico (Giuseppe Cederna) di realizzare brevi storie "on the road" che raccontino la provincia americana. Armato di una piccola videocamera, Ethan riprende il suo viaggio fatto di incontri con personaggi sopra le righe e si rifugia nella semplice quotidianità di un viaggiatore senza meta. La sua vita però cambia quando incontra Vicky (interpretata dalla cantante folk Ruth Gerson, autrice delle musiche del film), una cantante girovaga in cerca della figlia scomparsa dieci anni prima in circostanze misteriose. Si sviluppano due piani per tutta la storia: il reale e l'immaginario ambiguamente si confondono. Ma in questo viaggio non ci si perde realmente: il viaggio, inteso come spostamento, non sembra superare il carattere episodico per divenire condizione permanente della diegesi, che modella e scandisce l'universo dei suoi protagonisti. Il viaggio resta confinato come semplice "accessorio" drammatico, per un "cinema di formazione", esperienza definita e limitata, compiuta ad un certo punto della "storia" personale, che stenta ad allargarsi e a ricoprire la funzione di stato permanente ed esistenziale dei personaggi. Per il cinema di Beltrami viaggiare non vuol dire semplicemente che accada qualcosa, ma soprattutto che necessariamente qualcosa si trasformi così come l'immensità degli spazi in cui lo sguardo proprio non vuole perdersi; scenograficamente sono belli e meravigliosi e mai vengono scoperti oltre la brutalità della storia che li ha resi mitici. L'emozione non nasce dal movimento potenzialmente inespresso, ma dall'amorevole devozione al cinema hollywoodiano, al recupero delle sue forme e dei suoi miti, come occasione di omaggio e di confronto.

Titolo originale: id.

Regia: Michael Beltrami

Interpreti: Chad Smith, Ruth Gerson, Giuseppe Cederna, Lalaine Bauchau, Patrick Bauchau

Distribuzione: Orione Cinematografica

Durata: 99'

Origine: Italia/Svizzera, 2004

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