"Il cane giallo della Mongolia", di Byambasuren Dayaa

"La grotta del cane giallo" è una commovente leggenda mongola su cui poggia il secondo lungometraggio della regista di "La storia del cammello che piange". Ripercorrendo il registro del "documelodramma", già rivisitato nel precedente lavoro, si è catapultati in un mondo meravigliosamente (tra)sognante.

"La grotta del cane giallo" è una commovente leggenda mongola su cui poggia il secondo lungometraggio della regista di La storia del cammello che piange, candidato all'Oscar nel 2005, come migliore documentario. Ripercorrendo il registro del "documelodramma", già rivisitato nel precedente lavoro, l'autrice lascia il deserto del Gobi e la sabbia, per le distese interminabili di verde e di acque pure, mondo meravigliosamente (tra)sognato. Davaa si è formata professionalmente in Germania e ha saputo raggiungere la capacità di coniugare la disarmante semplicità del racconto orale, della parabola popolare con l'oggettività della messa in scena, assolutamente devastante per gli occhi. Come nel precedente lavoro, anche nell'ultimo, fondamentale è l'uso della musica (bellissima e premiata al Festival di San Sebastian), in presa diretta con la natura. Verità degli eventi e finzione cinematografica procedono senza soluzione di continuità, formando quasi un "documentario narrativo". Esaltazione della narrazione ma anche aderenza alla comunicazione di base, quella più comune, forse più ingenua, e per questo estranea a manierismi di sorta. La storia è quella di una famiglia nomade in cui la piccola Nasal trova un cane in una grotta e vuole tenerlo per sempre con se. Nasce un forte attaccamento tra la bimba di sei anni e la bestiolina, ma il papà vorrebbe disfarsene perché è preoccupato che lo stesso cane possa attirare i lupi al gregge di pecore. Quando la stagione cambia, la famiglia deve spostarsi e quindi sembra essere arrivato il momento dell'abbandono, ma l'animale trova il modo per farsi accettare in famiglia. Lo scorrere del tempo è il centro che non esiste del cinema della regista mongola che sembra ritrovarsi nella coesione tra uomo e natura, spirituale unione che incanta lo sguardo e pervade il cuore. Ogni singolo fruscio, ogni movimento elementare, ogni suono e rumore, è preservato e custodito, regalato con la gratuità dello scultore che affina lasciando libera la polvere frapposta al progetto finale.

Titolo originale: Die Hohle des Gelben hundes

Regia: Byambasuren Davaa

Interpreti: Urjindorj Batchuluun, Buyandulam Daramdadi Batchuluun, Nansalmaa Batchuluun, Nansal Batchuluun

Distribuzione: BIM

Durata: 93'

Origine: Germania/Mongolia, 2005

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