"4-4-2, il gioco più bello del mondo" di Roan Johnson, Michele Carrillo, Claudio Cupellini, Francesco Lagi

Un film che non sviscera le complessità psicologiche ed etiche di un calcio (anche dilettantistico) ormai al capolinea e sì che il materiale certo non mancava, ma rimane invece una sorta di "saggio di fine corso", girato quasi timidamente.

Curiosa coincidenza l'uscita di un film che parla di calcio proprio nel momento più nero che "il gioco più bello del mondo" vive nel nostro paese. Paolo Virzì produce e co-sceneggia questo lungometraggio diviso in  quattro episodi e diretto da altrettanti giovani registi del Centro Sperimentale. Episodi legati da un unico filo conduttore: il calcio minore, quello che non conta, che vive all'ombra del fratello maggiore, "costruito" su irregolarità, sospetti, ingaggi e sponsor milionari.

I quattro episodi hanno una struttura narrativa esile, concentrata - ahimè - esclusivamente su una sceneggiatura zoppicante. Ed è cosa nota che se un film poggia le sue basi esclusivamente sulla sceneggiatura, questa deve essere davvero "indistruttibile" per poter reggere i canonici novanta minuti. Una regia, o meglio, quattro regie, piatte, soporifere, senza un guizzo che sia uno, nella peggior tradizione della commedia all'italiana (ma almeno in quel caso c'erano dei signor sceneggiatori) ad eccezione de Meglio di Maradona, dove un ragazzino napoletano tenta (invano) l'avventura del grande club, andando alle giovanili della Juventus. Quando la mdp si sofferma - troppo brevemente - sulla disastrata periferia napoletana, lo sguardo ha un piacevole sussulto. I mostri di cemento e le strade desolate sembrano inglobare dentro di loro ogni residuo di umanità, il grigio dominante spegne ogni possibile "vivacità partenopea", cancellando colore e folclore, e di conseguenza, la vitalità stessa.

La fidanzata del mister è un viaggio iniziatico di una giovane donna promessa sposa dell'allenatore (Rolando Ravello) di una squadra di calcio femminile. In questo episodio viene enfatizzata la solitudine e l'incomunicabilità tra una coppia che non riesce ad avvicinarsi, divisa da quel (maledetto)gioco del calcio che vampirizza ogni possibile energia sentimentale.

In Balondor è un procuratore da quattro soldi (Gigio Alberti) che per trovare finalmente il giocatore che può cambiargli la vita non esita ad escogitare qualsiasi espediente per poter raggiungere i propri fini. Le immagini si soffermano in egual misura sul procuratore e sul giovane calciatore africano evidenziando come i due personaggi principali vedano il gioco del calcio in maniera completamente divergente: il primo ha perso ogni romanticismo sportivo in favore del cinico guadagno, il secondo vede il calcio solamente come un gioco divertente e per certi versi innocente.

Il  terzo portiere è il canto del cigno di un maturo giocatore (un sempre più malinconico Valerio Mastrandrea) che non si piega alla corruzione delle scommesse e para un rigore che lo manderà alla rovina economica, salvandogli però l'onore e la stima dei tifosi.

Gli spunti potevano essere resi in maniera molto più efficace, invece, come ricordato, la regia non riesce ad andare da nessuna parte, trasformando personaggi potenzialmente interessanti in macchiette che non riescono nemmeno a destare simpatia. Un film che non sviscera le complessità psicologiche ed etiche di un calcio (anche dilettantistico) ormai al capolinea e sì che il materiale certo non mancava, ma rimane invece una sorta di "saggio di fine corso", girato quasi timidamente ed in maniera assolutamente scolastica, senza grossolani errori ma nemmeno senza coraggio.

 

Regia: di Roan Johnson, Michele Carrillo, Claudio Cupellini, Francesco Lagi

Interpreti: Valerio Mastrandrea, Gigio Alberti, Nino D'Angelo, Roberto Citran, Alessandro Guasco, Rolando Ravello, Francesca Inaudi

Distribuzione: Medusa

Durata: 100'

Origine: Italia, 2006

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