"Bittersweet Life" di Kim Ji-woon
È come se "Bittersweet Life" non potesse aprirsi al furore che vuole mettere in scena, rattrappito in una narrazione impersonale, distaccata, che mantiene (ancora) le distanze dal cuore pulsante dei sentimenti snocciolati.

Sun-woo è il direttore di un rinomato albergo. Sun-woo è però anche e soprattutto il braccio destro del boss Kang. Scrupoloso, audace e dannatamente calmo, esegue ogni incarico senza battere ciglio, con l'aplomb di un dandy prestato alla malavita. Per questo Kang si fida di lui, perché è in grado di nascondere i sentimenti sotto il fervore dell'efficienza. Così quando deve allontanarsi dalla città per affari, Kang gli chiede di tenere d'occhio la sua fidanzata, Hee-soo. Il boss teme che la ragazza lo tradisca con un altro uomo. Se questo si rivelasse vero, Sun-woo ha l'ordine di uccidere entrambi. Ma, inaspettatamente, il sicario si scopre incapace di portare a termine la missione. Sta proprio in questo scarto, in questa scoperta di impossibilità all'agire, il cuore del noir di Kim Ji-woon. Sun-woo è presentato come un'automa, un essere oltre-umano che viaggia sui binari di un'efficienza austera, forte del suo rigetto sociopatico di qualsiasi errore emotivo. Quando però la sua percezione - la sua barriera - è incrinata, allora la sua superiorità si frantuma, rivelandosi una debolezza. Questo risveglio all'umanità, al sentire, lo porta, nella sua ingenuità quasi infantile, a una caduta semi definitiva. Una caduta dalla quale può rialzarsi solo seguendo i dettami della violenza; quella stessa violenza di cui è già intriso, ma con l'aggiunta di una nuova paura nello sguardo, diversa dalla precedente freddezza. Si tratta del furore di essersi scoperto, e accettato, finalmente solo, isolato dal mondo. Un furore che può adesso sfogarsi contro la stessa impalcatura che lo aveva protetto - ma soprattutto tenuto all'oscuro - della sua essenza umana; per cercare di raggiungere, almeno per un istante, finalmente, una libertà del sentire che si è sempre negato.

A questo percorso discendente negli antri della psiche si è accompagnata una sempre più profonda e marcata ricerca formale, che ha fatto sprofondare le sue opere in un autocompiacimento pericolosamente incline al manierismo, o almeno alla smaliziata leziosità. Per questo non è una sorpresa scoprire l'eccezionalità del livello produttivo, soprattutto sul versante tecnico (luci, colori, movimenti di macchina e montaggio formano qui un tutt'uno di innegabile maestria). Non mancano nemmeno soluzioni di grande impatto visivo - come le grafiche scene di tortura, come il monumentale scontro nel capannone, memore del brutale corpo a corpo nel corridoio della prigione visto in Old Boy; o infine come le raffinate soluzioni mélo, che raccontano per ellissi l'impossibile sfiorarsi di Sun-woo e Hee-soo. Ma la somma di tutte le parti, per quanto singolarmente entusiasmanti, non riesce a uscire dalla sterile ridondanza. È come se Bittersweet Life non potesse aprirsi al furore che vuole mettere in scena, rattrappito in una narrazione impersonale, distaccata, che mantiene (ancora) le distanze dal cuore pulsante dei sentimenti snocciolati; come se esistesse una discrepanza insanabile tra la storia raccontata - la parabola di caduta e "resurrezione" del protagonista a una nuova umanità, per quanto estemporanea - e la messa in scena, che non riesce a compiere un salto equiparabile. Kim Ji-woon non è insomma Sun-woo: pur osservando dalla distanza i gesti e le movenze della storia, rimane sul piano "oltre-umano", quello ancora freddo e distaccato, rifiutandosi di precipitare nel corpo a corpo delle emozioni. Il suo finisce così con l'essere un film sterile, inaridito dal negarsi ai sommovimenti messi in scena così elegantemente.
Titolo originale: Dalkomhan insaeng
Regia: Kim Ji-woon
Interpreti: Lee Byung-hun, Shin Min-a, Kim Young-chul, Hwang Jung-Min, Oh Dal-su
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 120'
Origine: Corea del Sud, 2005
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