"10 Canoe", di Rolf De Heer
Premio della Giuria a Cannes 2006, nella sezione "Un Certain Regard", 10 Canoe filma la paura del fare cinema. Rolf De Heer per adesso regna nell'incertezza: i corpi del nuovo cinema (o del vecchio mondo) attendono di essere trapassati dall'invisibile, da ciò che ancora non è diventato sguardo, che ancora non è diventato spettacolo.

Quello di Rolf De Heer (olandese di nascita e australiano di adozione), come nel precedente The Tracker, sembra essere il cinema più aperto, forse democratico, imposto al nostro tempo: costante contaminazione tra finzione, documentario e televisione. Comincia con il sorvolare una terra lontana, l'Australia degli aborigeni e quel "c'era una volta" aprirebbe al racconto, alla leggenda, ad un'esperienza in "presa diretta" sul campo. Ma ancora una volta la macchina da presa non riesce a estendere lo spazio sconfinato a disposizione (leggi Simone Emiliani per The Tracker). La storia è nella storia, accartocciata: il saggio di un villaggio, mentre è alla ricerca di corteccia per la costruzione di canoe con i suoi compagni, per poi partire a caccia di uova d'oca, impartisce una lezione di vita al più giovane del gruppo, oggetto di scherno per essersi invaghito della terza moglie dello stesso saggio/narratore. Dal bianco e nero del presente si salta al colore del passato remoto, di tanti secoli prima, per riportare alla luce una leggenda universale sulla convivenza, i pregiudizi, la pazienza, la legge, la giustizia. Premio della giuria a Cannes 2006, nella sezione "Un Certain Regard", 10 Canoe filma la paura del fare cinema. Più che della paura delle persone che si filmano, così fuori o dentro il mondo, è la paura di non filmarle. È la paura di incitarle, di spingerle a uscire da loro stesse per diventare personaggi di film; nello stesso tempo però si ha la paura di non poterlo fare, di non riuscirci, perché allora non ci sarebbe film, o ce ne sarebbe uno meno interessante. Il regista si guarda bene dal rischiare la propria posizione, andando incontro al pericolo e alla paura, perché quel mondo che crediamo o vorremmo che non esista più, si possa aprire dinanzi a noi e danzare. Mai così lontano dalla finzione totalizzante del tutto, il cinema di Rolf De Heer vorremmo che rompesse con il reale e "sprofondasse" con ciò che resiste, che resta, con lo scarto, il residuo, l'escluso, la parte maledetta. Ma i limiti del suo sguardo non giungono ai limiti del cinema: si chiude negli angoli dello spazio restando senza respiro. Il cinema ingombra, occupa le vie di fuga, è lontano dall'essere nascosto: gli aborigeni sono costretti a scartarlo, girarci intorno. I "filmati" avrebbero potuto gestire il contenuto del proprio intervento, a mettersi in scena, a gestire i tempi lunghi di una parabola, a prendersi carico della messa in scena, rendendola pesante o leggera, facendone la loro insistenza, il loro modo di far segno. La rivoluzione non c'è stata (e non ci sarà?), perché ormai è possibile avvicinare la macchina da presa ovunque (e da chiunque); è possibile (non) fare cinema sospendendo la pressione fisica del filmato, il suo respiro, un soffio, la sua presenza. Per adesso il regista regna nell'incertezza: i corpi del nuovo cinema (o del vecchio mondo) attendono di essere trapassati dall'invisibile, da ciò che ancora non è diventato sguardo, che ancora non è diventato spettacolo.
Titolo originale: Ten Canoes
Regia: Rolf De Heer
Interpreti: Richard Birrinbirrin, Johnny Buniyira, Jamie Gulpilil
Distribuzione: Fandango
Durata: 91'
Origine: Australia, 2006
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