"Vero come la finzione", di Marc Forster
Forster abbandona le zone limbiche di "Neverland", dove realtà e poesia erano un magico ibrido di magie e sogni infantili, per costruire un mondo dicotomico che non sa trovare un suo punto di armonica riconciliazione

Un'altra partita in bilico tra la vita e la morte, tra l'artista e la creazione. Delle implicazioni di quest'ultima nella fissità eterna del Tempo e delle mutevolezze della concresi quotidiana che sparigliano tutto. Dilemmi antichi, già immaginati (ricordiamo il quesito "Tra l'opera omnia di Shakespeare e la vita di un uomo chi salveresti?" in Pallottole su Broadway, di Woody Allen) e mai risolti che continuano però ad intrigare certo cinema americano degli ultimi anni dove gli uomini si propongono coscienti del proprio status di personaggi e dei meccanismi di scrittura (intesa come genesi, scintilla che dà e prende vita) che i loro creatori sovrintendono dall'alto. Una volta Oliver Hardy poteva guardare in macchina e vampirizzarci, oggi l'uomo-terminale, quale siamo diventati, è disperso in un'identità sfuggente e definita al tempo stesso, fatta di numeri, segni, linee guida da tracciare o da seguire nella rete delle implicazioni globali dove l'emozione scatta spesso solo se inaspettata. E non ci si stupisce allora di come il regista di Stay - Nel labirinto della mente possa rapprentarlo congegnando un ambizioso ingranaggio simile a quello di un orologio, l'oggetto che risulterà decisivo nei destini del protagonista del film. Harold Crick (Will Ferrell) è un agente del fisco che vive la propria esistenza attraverso i numeri. Ossessivamente. Conta le volte che muove lo spazzolino tra i denti, i passi che compie per arrivare alla fermata dell'autobus, esegue a mente calcoli impossibili (tutti illustrati da interfacce grafiche in sovrimpressione). Una mattina sente dentro di sé una voce femminile che descrive con puntualità le sue azioni. E' Karen "Kay" Eiffel (Emma Thompson), una famosa romanziera in preda a un blocco creativo, che sta proprio scrivendo la storia di quell'uomo qualunque. Ma non riesce a farlo morire crudelmente come i suoi precedenti personaggi, che cessano di esistere proprio in momenti di particolare gioia. Harold, sentendo quella voce, vuole andare fino in fondo e per modificare il finale cerca di dare una svolta alla propria grigia esistenza. Seguendo i consigli del professor di Teoria letteraria Jules Hilbert (un Dustin Hoffman sempre più a suo agio in ruoli secondari) si innamorerà di una donna impossibile, per lui, ovvero la pasticcera anticonformista Ana Pascal (Maggie Gyllenhaal, da notare come i cognomi dei personaggi siano quelli di noti matematici). Forster abbandona le zone limbiche di Neverland - Un sogno per la vita, dove realtà e poesia erano un magico ibrido di magie e sogni infantili, per costruire un mondo dicotomico che, seppur ricomposto in uno script che vira verso tradizione hollywoodiana, non sa trovare un suo punto di armonica riconciliazione. Vero come la finzione, in barba al suo nomen omen, viene così costruito con le dinamiche di un thriller pur contaminato e dai ritmi dilatati, dove la sorte del protagonista resta l'architrave dell'opera, che in quest'attesa ansiosa si gioca universalità e complessità.
Titolo originale: Stranger than Fiction
Regia: Marc Forster
Interpreti: Will Ferrell, Maggie Gyllenhaal, Dustin Hoffman, Queen Latifah, Emma Thompson
Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia
Durata: 113'
Origine: Usa, 2006
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