The Queen", di Stephen Frears
Frears gioca sui contrasti e trova i suoi momenti migliori nel gioco tra rappresentazione e materiali di repertorio, nei dialoghi imbarazzati tra Blair e la Regina e in quello splendore decadente di una donna che ha vissuto la storia ma la vede dissolversi sotto gli occhi, immobilizzata da una tradizione che oggi appare quasi una vocazione al suicidio

Presentato a Venezia 63 - dove Helen Mirren ha vinto "ovviamente" la Coppa Volpi" - un festival che ha preferito storie di attraversamenti, di sconfinamenti, fuori dalle mode o dalle pur giuste polemiche politiche e/o culturali. Ma non movimenti geografici quanto piuttosto di slittamenti di immaginario, luoghi che vengono riperimetrati e riletti con lenti diverse, quasi con attenzione maniacale al gioco perfido delle sottostorie, private ma poi pubbliche, che paiono raccontare le "storie" meglio delle rappresentazioni ufficiali.
Siamo di fronte a un doppio gioco dell'immaginario, dove quello che vediamo o siamo abituati a vedere trova una sua seconda faccia, un lato oscuro e nascosto che ai registi piace scrutare, senza ideologismi e critiche preconfezionate.
E allora, in questo contesto che spiazza, non si fa fatica ad accettare il "luminoso" ed arguto Tony Blair ritratto nel film di Frears, con quelle camicie e staff così giovanil-kennedyani, pronti a rappresentare il moderno che avanza mentre la monarchia resta immobile ad osservare - sconcertata - il mondo che cambia. Lo spunto da cui parte il film è la morte, tragica e mitologica, della (ex) principessa Diana, per tutti Lady Diana, in quel fine agosto del '97 dove faceva i suoi primi passi il giovane primo ministro Tony Blair. Frears, sotto la guida pratica della sceneggiatura di Peter Morgan, prova a mettere in scena questo contrasto: da un lato il giovane politico emergente, alla mano e grande comunicatore; dall'altro la regina Elisabetta, rappresentante di un'istituzione ormai millenaria come la corona britannica. I protocolli, le tradizioni messe al confronto con la semplicità della vita della "normale" famiglia Blair. Questo che all'inizio appariva un contrasto divertente, diventa il cuore della storia nel momento in cui la morte di Diana fa esplodere, letteralmente, il suo culto popolare. E l'immobilismo gerontocratico della famiglia reale allontana la corona dal popolo suddito e devoto. Sembra un confronto di tradizioni e generazioni, ed in parte lo è, ma è soprattutto un magnifico affresco sul cambiamento dei costumi e dell'"immagine", dalla rappresentazione scenica della monarchia - che per secoli ha saputo curare la propria "immagine & comunicazione" alal perfezione - a quella dei tabloid e della televisione. E se qualcuno ha storto il naso di fronte a questo Tony Blair dipinto così positivamente (ma era quello degli inizi, prima della Guerra in Iraq, si difende Frears...), quello che colpisce è proprio la sua natura di grande comunicatore del vuoto, di pura immagine, in crisi quando si tratta di fare gesti che siano parte di un vero programma di rinnovamento politico ed economico del paese, del tutto a suo agio quando si tratti di agire sulla superficie del "sogno britannico", abile manovratore dell'affetto popolare per la "principessa del popolo". Frears gioca sui contrasti, di colore e visione (e infatti gira in 35 le riprese della regina e in super 16 quelle del primo ministro), e trova i suoi momenti migliori nel gioco tra rappresentazione e materiali di repertorio, nei dialoghi imbarazzati tra il Primo Ministro e
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