LIBRI DI CINEMA - Le novità di luglio


L'anno di noi due. Un padre. Un figlio. Tre film a settimana, Manoel De Oliveira. Cinema, parola, politica, Isabelle Huppert. La seduzione ambigua, La scrittura e lo sguardo, Lo schermo sonoro – la musica per film, Harry Potter al cinema, Lo stile cinematografico

L'anno di noi due. Un padre. Un figlio. Tre film a settimana.
David Gilmour


Tre film a settimana, tutte le settimane, per almeno un anno, da guardare insieme nel salotto di casa. È l’impegno che David Gilmour ottiene dal figlio Jesse adesso che anche l’ultima battaglia sembra persa, e Jesse – sedici anni, buona parte dei quali trascorsi a morire di noia sui banchi di scuola – ha annunciato l’intenzione di lasciare gli studi per sempre. Nasce così, come una scommessa, il Film Club, il circolo esclusivo che ha come unici membri David e Jesse: la scommessa di un padre deciso a scuotere il figlio dal proprio torpore. A colpi di grandi film. Da Truffaut a Manhattan, da Herzog a La dolce vita, passando per Scorsese e Basic Instinct, la strana educazione di Jesse non segue uno schema preciso, non ha bisogno di libri né di lezioni. Ma si nutre di aneddoti, di curiosità e di divagazioni che piano piano mettono a nudo, oltre l’illusione del Cinema, le emozioni, i drammi e le avventure della vita vera. Mentre sullo schermo i pugni si alternano alle carezze, le delusioni ai grandi amori, Jesse e David imparano a capirsi davvero e ritrovano il bandolo delle rispettive ingarbugliate esistenze. Coinvolgente e ispirato come un romanzo, L’anno di noi due è una storia vera e indimenticabile. Una dichiarazione d’amore per il cinema e per i figli, perché non esiste forza più grande di quella delle nostre passioni.

[Rizzoli – pp. 210 € 17,00]


manoel de oliveiraManoel De Oliveira. Cinema, parola, politica.
Francesco Saverio Nisio


Nato nel 1908 a Porto (Portogallo), città dove vive da sempre, Oliveira gira il primo film nel 1931, il muto Douro Faina Fluvial consacrato al lavoro dell’uomo e della donna sul fiume Douro. Nello stesso anno anche Vigo realizza la sua opera prima: Oliveira accompagna la storia del cinema come un’ombra e al contempo vi contribuisce - a volte la precede, aprendo nuove strade. Nel 1963, sotto la dittatura di Salazar alla quale ha opposto resistenza, è suo il primo film politico portoghese, Acto da Primavera, due anni prima del Vangelo di Pasolini: la Passione secondo una tradizionale recita popolare, ricostruita esibendo gli artifici del cinema (i suoi «Misteri») nonché, nel finale, i disastri della guerra, la Passione in tutte le guerre. Oliveira tornerà spesso su temi storici, riflettendo in modo anche critico sulla mitologia politica portoghese: NON ou a Vã Glória do Mandar (1990), Palavra e Utopia (2000), O Quinto Império (2005).
Solo a sessantatre anni, con la dittatura in declino, prende avvio per lui una regolare carriera artistico-produttiva: i primi dieci anni vengono dedicati a quattro opere sulla relazione fra i sessi, girate in collaborazione con scrittori portoghesi quali Régio e la Bessa-Luís: O Passado e o Presente (1972), Benilde ou a Virgem-Mãe (1975), Amor de Perdição Normal 0 14 (1978), Francisca (1981). L’ultimo è il film col quale è consacrato all’estero, la critica menziona Buñuel, Dreyer, Bresson, Straub: Oliveira è infine fra i suoi pari, il futuro mostrerà che in qualche caso ha anche fatto un passo in più. Il regista è ora invitato regolarmente ai principali festival inanellando un film all’anno, fino a Cannes 2010 con O Estranho Caso de Angélica, progetto degli anni Cinquanta infine realizzato. Nel 1985 ha filmato Le soulier de satin da Claudel, durata ore sette; è del 1991 una Divina Comédia collocata in una casa per alienati mentali; nel 2003 gira Um Filme Falado, di ambientazione mediterranea e film-kamikaze - anche questa, a suo modo, una prima nella storia del cinema (politico). Ha diretto attori del calibro di Mastroianni, Deneuve, Malkovich, Piccoli, oltre ai conterranei Cintra e la splendida Leonor Silveira, «la miglior Bovary di tutti i tempi» in Vale Abraão (1993). Ha reso omaggio a Chaplin nella Lisbon Story di Wenders. Oggi, e da sempre, è il maggior regista portoghese nonché, insieme a Saramago, l’artista del suo paese più conosciuto all’estero. I suoi film soffrono il doppiaggio, il formato televisivo, la disattenzione dello sguardo: cinema da vedere col cuore e da ascoltare con la mente, un passo al di là di Kubrick...

[Le Mani – pp. 352 € 18,00]

 

Isabelle Huppert. La seduzione ambigua
Deborah Foschi


Intelligente e sofisticata, fredda e appassionata, tragica e multiforme, sono solo alcuni degli aggettivi utilizzati per descrivere il talento naturale e la ricercata arte di Isabelle Huppert, raffinata e straordinaria interprete del cinema e del teatro francese, conosciuta e apprezzata a livello internazionale. Il volume propone una lettura critica della figura attoriale di questa coraggiosa artista che ha saputo trasformare sagacemente la propria immagine e incarnare modelli femminili di volta in volta fragili, dolorosi, scomodi, sconvolgenti, ambigui, assolutamente atipici. Ripercorrendo sinteticamente la ricca e ancora incompleta filmografia esistente e analizzando la ricezione da parte della critica italiana e francese, si dà conto delle importanti collaborazioni con cineasti del calibro di Cimino, Ferreri, Godard, Haneke, Pialat, Schroeter, Tavernier e molti altri che ricorrono al fascino impenetrabile dell'attrice plasmando personaggi che si imprimono indelebili nella memoria dello spettatore. Ma sono le pellicole di Chabrol che fissano i gesti, i "tropismi", le intuizioni più felici che la Huppert matura e vive sulla propria pelle, sul volto intenso, nel fisico asciutto. Perché la straordinaria capacità di questa attrice, come suggerisce Elfriede Jelinek, è che non si limita a rappresentare, ma "è".

[Le Mani – pp. 224 € 16,00]

la scrittura e lo sguardoLa scrittura e lo sguardo

Giorgio Tinazzi

Scrivere di cinema e letteratura significa, di solito, occuparsi di storie prese a prestito, rielaborate o fatte proprie. Vuol dire però indagare anche altri temi: il lavoro di sceneggiatura, le influenze reciproche, le ambientazioni di tanti libri, le diverse forme di racconto, gli incroci di mestieri, le strategie di mercato. Questo libro, presentato in una nuova edizione aggiornata e ampliata, fornisce elementi di conoscenza e interpretazione del complesso rapporto tra i due linguaggi.

[Marsilio – pp. 240 € 12,50]

 
Lo schermo sonoro - La musica per film
Roberto Calabretto



Non esiste un genere "musica da film"», ha affermato Nicola Piovani. Ogni pellicola ha, infatti, uno specifico universo sonoro ed è impensabile tentare di descrivere sistematicamente un linguaggio che per sua vocazione è destinato a essere transeunte, se non effimero. Un regista e il suo compositore possono mescolare svariati generi e suggestioni, creando paesaggi sonori in cui il sinfonismo di stampo ottocentesco tende la mano alle atmosfere della musica da camera del xx secolo e dove la musica elettronica si alterna a pagine del repertorio classico, in un gioco di rimandi, citazioni e parodie. Roberto Calabretto ci conduce per mano in un viaggio all'interno del delicato rapporto tra schermo e musica, mostrando come la colonna sonora «sia pianificata, composta, registrata, montata e finanziata; [.] come si possa pensare, parlare e scrivere di musica [per film], come si realizzi la sua forza drammaturgica e che effetto eserciti nel film finito». L'attenzione si focalizza su registi che con particolare perizia hanno saputo allestire il paesaggio sonoro cinematografico: da Michelangelo Antonioni a Federico Fellini, da Robert Bresson a Jacques Tati, da Andrej Tarkovskij a Werner Herzog. Un'indagine a tutto campo che segue la musica dalla preproduzione alla scrittura, dalla postproduzione a quei fenomeni - la risonorizzazione e il restauro - estremamente importanti ma ancora scarsamente indagati.

[Marsilio – pp. 320 € 28,00]

 
Harry Potter al cinema
Valentina Oppezzo


Harry Potter al Cinema è il primo saggio italiano (e non solo) a occuparsi del fenomeno Harry Potter nelle sue trasposizioni cinematografiche, considerate come il risultato di un processo che parte dai romanzi, scritti dalla penna di J.K. Rowling, e approda al cinema attraverso una numerosa serie di passaggi.
Il fulcro dell’analisi è il percorso dalla carta allo schermo: partendo dai sette libri della serie (e dalle loro potenzialità filmiche), si passa alla sceneggiatura e all’adattamento dei contenuti narrativi dal medium letterario a quello cinematografico, per arrivare alla messa in scena, e infine all’inquadramento delle pellicole di Harry Potter all’interno del panorama cinematografico internazionale.Nello specifico, vengono approfonditi molti degli aspetti che hanno reso la vicenda del giovane mago così vivida ed emozionante sullo schermo, come la scenografia del castello di Hogwarts e i suoi continui cambiamenti, i costumi scolastici degli studenti, o la colonna sonora. Ma non solo. L’autrice si è chiesta: quali sono le ragioni delle variazioni nella trama apportate all’interno
delle pellicole? Perché più cineasti (quattro) si sono avvicendati alla regia dei film di Harry Potter? E inoltre: come si può considerare il fenomeno nel suo insieme?
Il tema è affrontato con sguardo tecnico e, laddove i libri sono inquadrati nel contesto della letteratura infantile, i film vengono esaminati alla ricerca di quegli elementi di continuità, di varietà e di crescita che caratterizzano la saga nel suo progressivo avanzare, pellicola dopo pellicola.

[Le Mani – € 16,00]

 

Lo stile cinematografico

Vincenzo Buccheri

Lo stile è un concetto passe-partout che interseca vari campi dell’attività umana: storia dell’arte, critica letteraria, sociologia, antropologia, persino sport e moda. Ma l’idea di stile è tutt’altro che univoca: se nell’antichità e nel Medioevo se ne parlava in termini di ornatus, è solo a partire dal Settecento che lo si concepisce come il segno di quella profonda consonanza fra lingua e pensiero che costituisce la firma di un autore. Con il trionfo del concetto novecentesco di "stile visuale", si fa strada invece l’idea di un orizzonte percettivo definito dai mass media, e in particolare dal cinema, sul quale si stagliano soluzioni autoriali capaci di esprimere molto più che la personalità di un regista. L’autore ricostruisce e reinterpreta il dibattito attraverso un doppio itinerario, teorico e analitico, che comprende un’originale proposta metodologica: l’ipotesi di una socio-stilistica del cinema, in cui le forme appaiono come sintomi rivelatori di tensioni culturali e insieme come profondi schemi conoscitivi.

[Carocci  pp. 188 – € 17,00]

 

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