LIBRI DI CINEMA – “My name is Virzì”
Il lungo saggio che Alessio Accardo e Gabriele Acerbo, edito da Le Mani, hanno dedicato a Paolo Virzì è insieme ritratto ammirato di un autore estremamente vitale (attraverso il racconto di quei fondamentali legami affettivi che ne hanno segnato il percorso artistico) e disamina dei tratti distintivi del suo cinema
My name is Virzìdi Alessio Accardo e Gabriele Acerbo
Le Mani editore
Marzo 2010
pp. 334 – € 16
Sostiene di essere “artefice di una piccola mistificazione” Paolo Virzì, quando i due autori di questa poderosa biografia critica lo spingono a esporsi sull’eterna questione del sentirsi o meno l’erede – o meglio, il principale erede – della commedia all’italiana: è un accostamento che conviene accettare, anche con un po’ di imbarazzo, risponde il regista livornese, se può suscitare meno preoccupazione nei committenti e meno soggezione negli spettatori. Come a dire, l’autore non è mai l’interlocutore migliore con cui discutere dei suoi film. E a quanto pare inizialmente di voglia di collaborare a una sorta di romanzo sulla propria vita e il proprio cinema Virzì ne aveva ben poca. Ci sono voluti due anni e mezzo ad Alessio Accardo e Gabriele Acerbo (il primo ha pubblicato una monografia su Age e Scarpelli, il secondo è giornalista e autore televisivo) per raccogliere verità e retroscena sull’uomo e il regista, vincendo le resistenze del diretto interessato che ha infine regalato non poche riflessioni personali, ricordi e emozioni private, a cui si sono aggiunte le tante testimonianze di chi con lui ha vissuto e lavorato, dalla madre Franca all’amico Giorgio Algrandi, da Massimo Ghini a Laura Morante, da Valerio Mastandrea a Furio Scarpelli, fino alla moglie Micaela Ramazzotti.
Dalla prima parte, più strettamente biografica, emerge il ritratto ammirato di un autore estremamente vitale, che a vent’anni scappa da Livorno per divenire sceneggiatore, a neanche trenta gira il suo primo lungometraggio e a quaranta decide di fondare anche una società di produzione. Tra gustose concessioni all’aneddotica (come la sparizione di tutte le copie del suo primissimo film, di cui Virzì si vergognerebbe da morire, o la sua partecipazione a Porta a porta sotto l’effetto di una canna, per placare il nervosismo), c’è il racconto di quei fondamentali legami affettivi che hanno segnato, in un modo o nell’altro, il percorso artistico del regista: l’incontro con Furio Scarpelli, quasi un secondo padre, e il sodalizio con Francesco Bruni, l’interfaccia ordinatrice in grado di trasformare in copione il flusso creativo dell’amico; il forte legame con la madre, il fratello Carlo e la figlia Ottavia, da cui sono nati personaggi, idee e ispirazioni. E c’è poi Livorno, luogo ambiguo, allegro ma anche chiuso e diffidente, che si può odiare “come si odia una madre imbarazzante, a cui si vuole bene ma che non si sopporta più”. Quasi un luogo dell’anima, suggeriscono gli autori, vissuto come l’ultimo baluardo di una certa integrità morale, a dispetto della rozzezza e dei limiti che comporta. In quest’attitudine a considerare la provincia come un microcosmo da cui è possibile vedere più nitidamente il mondo risiede uno dei tratti distintivi del cinema di Virzì, rintracciati nella seconda parte del volume alla luce, soprattutto, di quella sintesi tra l’eredità dei maestri della commedia all’italiana e il personale rinnovamento del genere che quasi unanimemente gli viene riconosciuta. Sono “commedie dello struggimento” quelle di Paolo Virzì, nutrite di un respiro epico-malinconico di antica memoria ma reso più amaro e pessimista dal mutare dei tempi, certo più oscuri e imperscrutabili di quelli del suo mentore Scarpelli. Proveniente da un contesto proletario e provinciale, Virzì è passato “dall’epopea dei perdenti alla poetica dell’inadeguatezza”, grazie alla capacità di raccontare, con rispetto, la fragilità e lo smarrimento esistenziale di chi si sente prigioniero del posto sbagliato al momento sbagliato: un’empatia percepibile nel ritratto dei disoccupati che devono reinventarsi un lavoro e un’identità in Baci e abbracci e La bella vita, come dei lavoratori atipici confinati nei quartieri della nuova periferia post-moderna di Tutta la vita davanti, ma anche nella buona dose di disperazione che serpeggia, accanto al ridicolo, nel contrasto tra il popolo disorientato di sinistra e il ceto medio di destra in Ferie d’agosto, o nell’anaffettività dolorosa del suo alter-ego Bruno ne La prima cosa bella. Il finale di quest’ultimo, accostando il più tragico degli eventi a un momento gioioso di festa e di riconciliazione, sembra segnare uno scarto dagli ambigui happy end cui ci ha abituato il regista livornese, accentuando, secondo gli autori, uno dei nuclei forti della poetica di Virzì: “il percorso catartico attraverso il quale, dopo aver attraversato i segreti e le bugie, gli equivoci e le agnizioni, si decide che non si soffre più. Quasi un cinema terapeutico”.
Indice
Prefazione di Gianni Canova
Introduzione
Parte prima
I. Franco e Franca vanno a Torino. Gli inizi; II. Piccola città, bastardo posto; III. Un apprendistato eclettico; IV. La scoperta del cinema; V. Paolo va in città; VI. A scuola da Furio Scarpelli; VII. Il mestiere di scrivere; VIII. Bruni & Virzì: la tradizione della coppia; IX. L’esordio; X. Vacanze a Ventotene; XI. Ritorno all’Ovosodo; XII. Struzzi in Val di Cecina; XIII. Odissea americana: da Providence a Toronto; XIV. Roma: zecche, conventicole e parioline; XV. Il poeta e il tiranno; XVI. Amore e Apocalisse al call center; XVII. Livorno, la prima cosa bella.
Parte seconda
I. La commedia dello struggimento; II. La poetica dell’inadeguatezza; III. Il fascino discreto della provincia; IV. Cinema e letteratura: Dickens e il romanzo di formazione; Citazioni e plagi; V. Cinema di parola: dialetto e voice over; VI. La verosimiglianza e lo stereotipo; VII. La politica. Dalla parte dei piedi; VIII. Baci, abbracci e corna. La famiglia e le donne; IX. Cacciatore di facce. Il mondo visto dai ragazzini; X. Il personaggio sulla pelle. Il rapporto con gli attori; XI. La macchina cinema. Il regista; XII. Virzì e la critica. La soggettiva della melanzana; XIII. Non si soffre più. Il fine è (forse) lieto?; XIV. Virzismo. Una risata vi seppellirà.
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