LIBRI DI CINEMA - Robert Fuest e L’abominevole Dottor Phibes.
Attento alla composizione visiva ma anche attratto da una certa bizzarria, da un brio estroso ed eccentrico, il regista inglese gioca a disorientare, ponendo gli uni accanto agli altri oggetti inconsueti, dei quali la lettura si mostra stratificata, così da creare delle surreali composizioni visive affollate di oggetti, personaggi, dinamiche e soluzioni. Falsopiano Edizioni.
Robert Fuest e L’abominevole Dottor Phibes. Storie e misteri di una leggenda del cinema
di Mario Gerosa
Edizioni Falsopiano
finito di stampare nel mese di novembre 2010
pp. 213 - € 19
Grande visionario, la cui vita è consacrata alle immagini e alla immaginazione, Robert Fuest mette in scena alcuni personaggi fiabeschi ed irreali, a volte volutamente irrisolti, facendo dei suoi film spesso delle opere aperte (esemplare appare la mancata cattura dell’anti-eroe de L’Abominevole Dr. Phibes).
Dinamico, complesso, bizzarro, surreale, si mostra tanto sfuggente quel “regno dello scambio delle identità, dove nulla è ciò che si potrebbe credere.” Un cinema d’autore che a volte gioca con quello di genere, destrutturandolo e liberandolo dai suoi recinti anche nelle regie televisive, ormai ritenute veri e propri gioielli.
Just like a woman (1967), Nothing Cushier (1968), Cime tempestose (1970), Il mostro della strada di campagna (1970) fino ad arrivare al cult L’Abominevole Dr. Phibes (1971) (ed il secondo episodio girato l’anno seguente Dr. Phibes rises again), il cinema di Robert Fuest sembra non rifarsi a nessuno se non a se stesso. Oltre alla passione per i nomi dei grandi registi come Fellini, Fritz Lang, Chaplin, Marcel Pagnol, il suo cinema diventa però fonte di ispirazione, trovando discepoli come il regista argentino Marcos Efron che girerà il remake de Il mostro della strada di campagna.
Un cinema di un outsider, senza maestri ai quali rifarsi se non alla propria esperienza nel mondo televisivo che lo vede dapprima scenografo e poi regista di una delle serie cult anni ‘70, Agente speciale. Per la scelta delle ambientazioni surreali sembra che Fuest parta proprio da The Avengers per costruire i suoi film.
Visionaria, barocca e del tutto surreale, la messa in scena di Fuest richiama in realtà un’idea classica, formale in cui le composizioni grafiche delle inquadrature sono molto curate.
Le immagini appaiono come singoli quadri, esattamente come quelli che si troverà a realizzare negli anni ‘80 quando, dopo la realizzazione di Aphrodite (1982) lasciando il mestiere di regista, torna alla sua antica passione, la pittura.
Così nel suo mondo si intrecciano pittura, letteratura, cinema, fumetti, teatro, (oltre a mostrare una profonda affinità con la musica) tanto che ogni film appare come un’opera d’arte totale.
Attento alla composizione visiva ma anche attratto da una certa bizzarria, da un brio estroso ed eccentrico, il regista inglese gioca a disorientare, ponendo gli uni accanto agli altri oggetti inconsueti, dei quali la lettura si mostra stratificata, così da creare delle surreali composizioni visive affollate di oggetti, personaggi, dinamiche e soluzioni.
Attraverso una brillante e vivace intervista ed i saggi critici sui dieci film realizzati da Fuest, Gerosa mostra uno dei registi più visionari e misteriosi dimenticati dal cinema e solo negli ultimi anni riscoperti, regalando ai lettori un prezioso documento in cui si raccontano le storie ed i misteri di una piccola leggenda del cinema inglese.
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