LIBRI DI CINEMA – La classe operaia non va in Paradiso: il cinema di lotta e di protesta
Pur nella limitatezza delle pagine e nell'incompletezza della filmografia riportata nel testo, per gli autori era importante e necessario dare una testimonianza storica attraverso la riaffermazione della centralità del rapporto con la classe operaia anche nel settore cinematografico. Per la sua struttura semplice e lineare, l'opera rappresenta comunque un valido strumento di stimolo per cineforum e dibattiti collettivi. Edizioni Falsopiano
La classe operaia non va in Paradiso: il cinema di lotta e di protesta
Umberto Calamita, Giuseppe Zanlungo
Edizioni Falsopiano, 2010
pp.239 – 18 euro
Secondo gli autori di quest'opera è molto difficile tracciare un bilancio del rapporto tra il mondo del cinema e quello della fabbrica, tenendo conto che, tra i capolavori cinematografici di sempre, hanno un posto di eccellenza molte pellicole sulla classe operaia. Ma, se misuriamo la complessiva produzione cinematografica rispetto all'esiguità numerica dei prodotti con al centro l'ambiente operaio, il risultato è tragicamente evidente: la classe operaia è un soggetto non solo secondario ma scomodo. Per Umberto Calamita e Giuseppe Zanlungo, i registi che sono riusciti ad imporre la loro particolare simpatia verso la causa operaia ai propri produttori sono stati, nella storia del cinema, davvero pochi. Tra questi, oltre al gruppo degli “storici” autori sovietici, a cui il libro dedica un intero capitolo (Ejzenstejn, Pudovkin, Vertov, Dovzenko), che avevano lo Stato socialista come finanziatore, vanno citati gli occidentali Widerberg, Ritt, Loach e pochi altri, a cui bisogna aggiungere la categoria dei documentaristi industriali (Ivens, Flaherty, Loach stesso, Cavalcanti, Olmi in Italia ecc.). E nel Belpaese? Gli autori non risparmiano critiche verso i registi nostrani, anche verso quelli “di sinistra”, i quali si sarebbero guardati bene dall'affrontare in modo organico il legame contraddittorio tra capitale e lavoro e, quando l'hanno fatto, non hanno saputo riprendere l'esperienza, né approfondirla, né riproporla con adesione non formale. Vanno così ricordate le sensibilità dei soli “popolareschi” Monicelli e Paolo Vorzì. Sono, invece, di una certa abbondanza gli autori di documentari sul mondo della fabbrica in Italia, legati a due filoni tradizionali, quello della sinistra “istituzionale” (a partire dal PCI-CGIL e dall'Archivio audiovisivo del Movimento operaio e democratico) e quello “sessantottino” (in cui emerge il lavoro di Silvano Agosti). Questa pubblicazione, quindi, prova a contrastare la scarsa attenzione che, riguardo tale tematica, persiste colpevolmente. Gli autori restano del parere che, pur nella limitatezza delle pagine e nell'incompletezza della filmografia riportata (le pellicole citate sono prevalentemente europee e nordamericane), sia stato importante e necessario dare una testimonianza storica attraverso la riaffermazione della centralità del rapporto con la classe operaia anche nel settore cinematografico. In effetti il testo in questione, proprio per la sua struttura molto semplice e lineare, che vede un capitolo introduttivo per ogni epoca o particolare sotto traccia affrontata, e poi una serie di film corrispondenti con tanto di foto, sinossi e breve giudizio, ha tutte le carte in regola per poter essere attivatore di cineforum sulla tematica operaia, stimolatore di dibattiti collettivi, incentivando l'azione documentaria anche di giovani registi e ricercatori.
Introduzione
La storia, i primi scoperi
Il cinema sovietico
Il cinema europeo tra le due Guerre mondiali
Il cinema statunitense tra New Deal e Secondo dopoguerra
La miniera
Il cinema italiano del boom
La fabbrica, la contestazione (1969-1979)
La ristrutturazione, i licenziamenti, il disagio della classe operaia
Appendice:
Una storia di pendolari: i dialoghi di “Pelle viva” di Giuseppe Fina
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