LIBRI DI CINEMA – “Montalbano, Maigret & Co.”

Personale ricostruzione della relazione che intercorre tra racconto giallo e narrazione televisiva nella realtà italiana, il saggio di Alessandra Vietina, edito da Falsopiano, muove dalla nascita e dallo sviluppo del genere per concentrarsi – attraverso alcune figure chiave – sull’evoluzione della fiction poliziesca nella televisione italiana, rintracciando gli elementi che ne fanno un prodotto dotato di una propria specificità.    

Montalbano, Maigret e Co.Montalbano, Maigret & Co. – Storia del giallo in televisione
di Alessandra Vietina
Edizioni Falsopiano
Novembre 2010
pp. 240 – € 17
 
 
 
Andrea Camilleri, protagonista di uno dei più sorprendenti exploit letterari degli ultimi vent’anni, può facilmente essere identificato come uno dei significativi trait d’union tra la narrativa gialla e la produzione televisiva di genere: l’ottantacinquenne scrittore siciliano è infatti una delle figure centrali su cui si concentra la riflessione di Alessandra Vietina sullo sviluppo del genere poliziesco, sia in ambito letterario che televisivo. Non solo perché il successo delle fiction tratte dai romanzi di Montalbano (di cui Camilleri supervisiona le sceneggiature) non sembra conoscere crisi, ma anche perché l’inventore del celebre commissario ha alle spalle un passato televisivo che lo ha visto attivamente coinvolto nella realizzazione delle serie di Maigret e di Sheridan, e sembra aver condiviso col genere poliziesco un identico destino di tardivo (e parziale) riconoscimento critico e di improvviso quanto travolgente successo di pubblico. Maigret e Montalbano dunque, paradigmi della serialità letteraria e televisiva, sono il punto focale dell’analisi dell’autrice, che muove dalla nascita e dallo sviluppo del giallo per concentrarsi sull’evoluzione della fiction poliziesca nella televisione italiana, rintracciando gli elementi che ne fanno un prodotto dotato di una propria specificità. Senza pretese di esaustività, il volume ripercorre le fasi cruciali del poliziesco di casa nostra, dal primo periodo tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta che vede il predominio dello sceneggiato di derivazione letteraria con ambientazioni e personaggi non italiani, agli Settanta caratterizzati da una progressiva “domesticazione” del genere; processo che rimane in sospensione a seguito della massiccia ondata di prodotti d’importazione negli anni Ottanta per poi riprendere slancio all’inizio degli anni Novanta con una serie di prodotti (L’ispettore Sarti, Il commissario Corso, Un commissario a Roma, Il Maresciallo Rocca, Don Matteo) che nel corso del decennio hanno gradualmente stabilito gli standard di una nuova formula, destinata, proprio con Il commissario Montalbano, a durare ancora oggi. La presenza del registro umoristico, l’estraniazione dall’ambiente metropolitano e la caratterizzazione dei protagonisti come antieroi rappresentativi di un’umanità comune sono le principali componenti in cui l’autrice individua la peculiarità e la riconoscibilità del poliziesco televisivo italiano, peraltro capace negli anni più recenti anche di significative evoluzioni, seppure con alterne fortune. È il caso emblematico dell’Ispettore Coliandro nato dalla penna di Carlo Lucarelli, cui la Vietina dedica il capitolo conclusivo: interrotto a metà della quarta serie (trasmessa su Rai2) ufficialmente per ragioni di budget, lo squinternato e sopra le righe ispettore di Bologna interpretato da Giampaolo Morelli si è imposto come un modello differente di poliziotto in cui si concentrano tutte le contraddizioni dell’italiano medio; un prodotto di rottura, forse troppo innovativo per la tv generalista, anche dal punto di vista registico, grazie al sapiente gioco sui generi e sottogeneri del cinema poliziesco messo in scena dai Manetti Bros, da sempre autori di prodotti televisivi di grande qualità che raramente la nostra tv pubblica si mostra interessata a valorizzare adeguatamente.
 
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