LIBRI DI CINEMA – “Danny Boyle”
La continua tensione verso uno stile di vita alternativo, che anima e consuma i personaggi di Boyle, è la principale chiave di lettura attraverso cui Luca Lombardini ripercorre la carriera eclettica e controversa del regista di Trainspotting, individuando nella riflessione sul ruolo del denaro, nel carattere predominante dell’elemento sonoro e nell’influenza della cultura televisiva e del cinema di genere le specificità sostanziali del suo cinema. Da Sovera Edizioni

Danny Boyle. Brucia ragazzo brucia
di Luca Lombardini
Sovera Edizioni
2011
pp. 160 – € 14
Brucia ragazzo brucia, sottotitolo del saggio che Luca Lombardini (redattore per la rivista “Taxidrivers” e per le testate online www.positifcinema.com e www.silenzionsala.com) ha dedicato a Danny Boyle, è preso in prestito da un film di Fernando Di Leo del 1969, non per una qualche affinità tra i due registi, ma perché restituisce perfettamente, secondo l’autore, la percezione di un immaginario incessantemente in fiamme: la continua tensione verso uno stile di vita alternativo, che anima e consuma i personaggi di Boyle, è la principale chiave di lettura attraverso cui Lombardini ripercorre la carriera eclettica e controversa del regista di Trainspotting, individuando nella riflessione sul ruolo del denaro, nel carattere predominante dell’elemento sonoro e nell’influenza della cultura televisiva e del cinema di genere le specificità sostanziali del suo cinema.
Noia, malessere, rabbia mista a rassegnazione definiscono un’umanità protesa verso ogni possibile via di fuga, che ricerca legami umani alternativi a quelli di sangue e finisce spesso corrotta dal potere distruttivo del denaro, frustrata nel proprio desiderio di ribellione contro ciò che è socialmente predefinito e immutabile. Figlio di una cultura britannica marcatamente antiutopistica, Boyle concepisce la rivoluzione e il cambiamento come chimere irraggiungibili: che sia il paradiso artificiale dell’eroina di Trainspotting o quello dell’idilliaca isola di The Beach, l’evasione dal conformismo non può che tradursi in un movimento perenne ma destinato in partenza a bruciare in fretta, come una candela accesa dai due lati. È solo nella dimensione della favola (Una vita esagerata, Millions, The Millionaire), che il miracolo può compiersi e il denaro, al servizio di un sentimento puro e disinteressato, può convertirsi in strumento di libertà e di riscatto; la concessione del lieto fine – ed è ciò che all’autore preme sottolineare – è dunque solo in parte in relazione a esigenze di successo commerciale, tanto che alla consacrazione degli Oscar avvenuta con The Millionaire segue un’opera come 127 Ore, che dimostra un’evidente volontà di rimettersi in discussione nel rendere il personaggio di Aron Ranston una nuova figura emblematica di ex sovversivo che “getta, direttamente dalla borraccia dell’omologazione, acqua sul fuoco della sua ribellione”, nonché un’indubbia maturità nel gestire quel meccanismo personalissimo di comunicazione con lo spettatore – in cui l’immedesimazione fa leva su una stimolazione multisensoriale – che è una delle principali cifre stilistiche del cinema di Boyle. Non a caso un’ampia parte del saggio indaga il ruolo essenziale della musica e più in generale degli effetti sonori come elemento essenziale di un linguaggio cinematografico dove la colonna sonora rappresenta la struttura propedeutica su cui si sviluppa successivamente il racconto per immagini.
Non meno significativo, ai fini della comprensione del fare cinema di Boyle, è per Lombardini l’uso anarchico e spregiudicato che il regista fa dell’immaginario televisivo – un’eredità culturale che nutre da sempre la sua poetica, che si tratti dell’estetica pubblicitaria che esplicita, in 127 Ore, la formazione iperconsumistica del protagonista, o dei serial britannici di fantascienza degli anni Cinquanta, principale fonte d’ispirazione del fanta-horror 28 giorni dopo –, come la sua naturale sintonia con il genere fantascientifico, rintracciabile fin dalle prime opere, ambientate in “microcosmi alienati, estranei al normale scorrere della vita”, e culminata nella parabola sacrificale di Sunshine: un’incursione nel genere vissuta secondo i canoni della propria poetica, “un esempio di cinema politico, deciso a lottare e a sacrificarsi nel tentativo, estremo, di ribellarsi alla condanna certa, alla quale si va incontro orgogliosi e rassegnati”.
Indice
Prefazione
Sopravvivere in Inghilterra
Capitolo I
Mister money-penny
Capitolo II
Junkie (sonic) youth, jukebox and books
Capitolo III
London’s burning (no rain), battle for the sun
Capitolo IV
L’impero dei sensi
di Gianluigi Perrone
Postfazione
C’era una volta in Inghilterra
di Gianluigi Perrone
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