LIBRI DI CINEMA – “Coen Brothers” – Moviement

Muovendo, obbligatoriamente, da quella visibilità immediata della messa in scena che segna l’estrema riconoscibilità del cinema coeniano, gli autori si concentrano soprattutto sul particolare rapporto con il genere – sfondo, contenitore in cui far muovere liberamente i frammenti del mondo rappresentato, nella piena consapevolezza della percezione da parte dello spettatore – che da sempre distingue il fare cinema dei due registi di Minneapolis.

Moviement, Coen brothers

 

Coen Brothers
A cura di Costanzo Antermite e Gemma Lanzo
Gemma Lanzo Editore
2011
pp. 96 – € 12
 
 
Emerge chiaramente dalle considerazioni espresse nell’introduzione che l’approccio critico alle opere di Joel e Ethan Coen da parte di Costanzo Antermite e Gemma Lanzo respinge l’assunto di un cinema puramente autoreferenziale, che possa essere ridotto a mero gioco intertestuale e postmoderno con la tradizione filmica. Premessa implicita delle analisi e riflessioni contenute nel volume è che il gioco, se c’è, è serio, e va oltre la fascinazione immediata e istintiva nei confronti di un cinema che sembra concludersi nello spazio esclusivo della visione. Muovendo, obbligatoriamente, da quella visibilità immediata della messa in scena che segna l’estrema riconoscibilità del cinema coeniano, gli autori si concentrano soprattutto sul particolare rapporto con il genere – sfondo, contenitore in cui far muovere liberamente i frammenti del mondo rappresentato, nella piena consapevolezza della percezione da parte dello spettatore – che da sempre distingue il fare cinema dei due registi di Minneapolis. Significativo, in questo senso, è specialmente il saggio di Alessandro Baratti, che ripercorre il continuo processo di rilettura e decostruzione del noir alla base della camaleontica filmografia coeniana, sottolineando il lavoro operato, più che sulle strutture generali, sui frammenti particolari che connotano il genere (l’attenzione per gli oggetti, il ruolo del sangue come traccia ingannevole o come detonatore di tragedie) e individuando in Non è un paese per vecchi la sintesi noir dei due autori, la ripresa di un dialogo con il genere che, dopo Fargo, sembrava non avere possibilità al di fuori della parodia rutilante (Il grande Lebowski) o della filologia distaccata (L’uomo che non c’era).
“Noir losangelino”, perché da ascriversi completamente all’immaginario della città degli angeli, è Il grande Lebowski nell’analisi di David Del Valle, che è anche un divertito omaggio alla mitologia del Dude, mentre l’ottimo contributo di Elena Dagrada e Gabriele Gimmelli su Il Grinta riconosce gli aspetti più interessanti del film nel continuo altalenare del racconto tra la visione oggettiva e realistica e quella onirica e soggettiva e nella centralità dello sguardo della protagonista, che introduce i momenti topici della narrazione. Se da un lato ne Il Grinta è certamente rintracciabile l’approccio al genere – svuotare, riempire – tipico dei Coen (LaBoeuf è l’iconografia dell’eroe spinta al parossismo, Cogburn è radicalmente svuotato di ogni eroismo), dall’altro la presenza di un giovanissimo personaggio femminile che detta con la sola forza del suo sguardo il dipanarsi della trama spinge il film nella direzione, senz’altro nuova per i due registi, del racconto di formazione. Un’iniziazione alla vita certamente peculiare, che i Coen mettono in scena come un’iniziazione alla morte, non prevedendo mai, il loro universo narrativo, traiettorie diritte o desideri realizzati.
 
 
 
Indice:
 
Joel e Ethan. Il cinema “decostruttivo” dei fratelli Coen
Insight:
Paul Coughlin
Joel e Ethan Coen
Alessandro Baratti
Bloody Coen, buon sangue (non) mente
Douglas McFarland
Non è un paese per vecchi e la filosofia morale
Gemma Lanzo
Commedia alla Coen
David Del Valle
Drugo, dov’è il mio tappeto?
Film Analysis:
Elena Dagrada e Gabriele Gimmelli
Il tempo ci sfugge. A proposito de Il Grinta
Conversazioni:
Intervista a cura di Alex Simon
Intervista a cura di Cole Haddon
Quotes
Filmografia
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