TORINO 23 - "Sieben Himmel" di Michael Busch (concorso)

Come superare lo scollamento tra desideri e realtà? Sembra parlarci di questo il suggestivo film di Busch, un film amniotico, che sceglie la strada dell'opacità visiva per rappresentare l'invisibilità/invivibilità del presente

Sette cieli. Secondo la teologia della setta medioevale dei Catari, sono sette i cieli che separano il mondo umano dal mondo divino. Una distanza abissale, che può essere superata solo lavorando sull'annullamento dell'"ego". E' questo l'orizzonte teologico-filosofico su cui si gioca questo Sieben Rimmel, secondo lungometraggio del regista e compositore tedesco, Michael Busch, già autore nel 1999 di Virtual Vampire. Un'opera che trova i suoi elementi fondanti dell'acqua e del sangue, che si apre con una specie di omaggio all'Atalante di Jean Vigo e persegue una personalissima poetica di opacità visiva. Il nostro sguardo è costantemente impedito, mortificato: le immagini sono modificate, sgranate o si distorcono in un ipnotico movimento ondulatorio, che riproduce il continuo flusso e riflusso delle acque. Questa "invisibilità" è la cifra dell'opacità dei ricordi, della memoria. I personaggi discettano di déja-vù, andate e ritorni temporali, che costituiscono la struttura drammaturgica del film. Tutto è costruito come un riavvolgimento di eventi, un gioco tra passato e presente che può ricordare Se mi lasci ti cancello. Ma si tratterebbe di un Se mi lasci di cancello in versione dark. Nel seguire la frustrata e frustrante storia di amore tra la spogliarellista Jenny (la bellissima Daniela Schulz) e il solitario Johann (Cristoph Bach), Michael Busch non regala ai suoi personaggi alcuna possibilità di felicità. Come il déja-vù è una "falsa memoria" che sorpassa il presente in una temporalità altalenante e tutta mentale, così i giovani protagonisti non sono capaci di vivere pienamente il loro presente, cioè ad essere fedeli ai propri sentimenti: tutto si riduce a dolore, rotture, ferite, sangue, masturbazioni, istinti repressi o mal espressi. Come superare lo scollamento tra il desiderio e la realtà? Come riempire la distanza tra il cielo degli umani e il cielo di Dio? Forse con la morte, ci dice Busch, o meglio con l'annullamento dell'io, come suggerivano i Catari, annullamento che Bush cerca di rappresentare visivamente attraverso un ritorno al liquido amniotico, all'acqua, elemento primigenio dell'essere umano. Di speranza ce n'è poca in questo film che ha il suggestivo andamento del sogno e che ci regala, è fuor di dubbio, un'esperienza visiva non comune. Quel che può lasciare perplessi è l'eccessiva freddezza di uno sguardo, che sembra seguire più le ragioni della testa che quelle del cuore.

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