TORINO 23 - "Alex" di José Alcala (Concorso)

Alex rappresenta un cinema capace di rigenerarsi e Alcala costruisce un film di sentimenti ruvidi e smagliati essenzialmente attraverso le immagini in cui si sentono gli echi dei fratelli Dardenne o di certe passioni di Dumont.

Nella prima immagine del film troviamo Alex a misurare i battenti di una finestra, la luce della stanza è buia e l'apertura più che essere una misura del vedere si manifesta come una misura dell'ostruzione dello sguardo; il controllo della luce diventa, a sua volta misura di un incipit in cui si trova la superficie sul quale il film si allarga pur nella chiusura della sua protagonista.

Alex, dell'ex architetto José Alcala, agisce continuamente su una linea di confine dove tutto appare a metà. La vita di Alex è una vita a metà fatta di mezzi amori, di mezzi lavori in cui trovano posto alcune piccole attività illegali, Alex è anche una mezza madre. Non ha mai risolto il suo rapporto Xavier il figlio che appare perduto e dopo il divorzio affidato al padre. Vive disordinatamente e tra i tanti rapporti che pare costruire non se ne intravede nessuno che possa avere una soluzione positiva. Arruffata e dall'aspetto selvaticamente affascinante, Alex porta i segni di un'esistenza che pare averla presa a pugni con la conseguenza di dovere chiudere ogni accesso alzando le mura fortificate di un carattere inospitale a qualsiasi rapporto che non sia quello puramente sessuale. Non a caso intende ritirarsi in una casa in cui parrebbe impossibile vivere. Solo la fuga del figlio ridarà luce alla sua esistenza grazie anche ad una inaspettata maternità.

Alcala costruisce questo film di sentimenti ruvidi e smagliati, che hanno gli echi dei fratelli Dardenne o di certe passioni di Dumont, attraverso un racconto di immagini in cui cura sempre di tenere in primo piano la sua protagonista, riducendo all'osso, con calibrata capacità, i dialoghi. Il film ha la singolarità di ricercare i luoghi dell'anima in cui lo spirito degli uomini rischia di degenerare, quelle zone in semiombra che possono restituire alla luce o perdersi nella fitta oscurità. Alex non è Rosetta, in altre parole, ma il salto del fosso è a portata di mano.

Ma l'immagine finale, speculare a quella dell'avvio, nella quale la finestra ora rimanda la luce in una sovraesposizione controllata e il corpo di Alex esibisce la maternità, allontana questa ipotesi confermando, nell'apertura finale della macchina da presa verso l'infinito, che l'animo di Alex è mutato.

Se la scommessa di Torino è quella di ospitare autori che hanno da raccontare un cinema capace di rigenerarsi, come vogliono i suoi direttori, e che per queste ragioni sia stato sottoposto ad una pressante selezione critica, con quanto fino ad ora visto in concorso, compreso Alex, la scommessa ha ottime possibilità di essere vinta.

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