TORINO 23 - "Un vero personaggio non deve morire mai". Incontro con Walter Hill

Il regista americano, in occasione della retrospettiva a lui dedicata, ha incontrato il pubblico. Una discussione, sobria ma interessante, su personaggi, storie, generi

Walter Hill: uno dei protagonisti assoluti di questo Torino Film Festival. La sua magnifica retrospettiva è, finora, uno degli eventi più seguiti della kermesse torinese. All'appuntamento con il pubblico e con la stampa Hill ha presentato alcune scene del suo nuovo lavoro, il film per la TV Daughters of Joy (titolo provvisorio), un western con Robert Duvall ambientato nel Wyoming. Spazi verdi e immensi, paesaggi "fordiani", scene forti: da quel po' che si è visto, le premesse sono buone. Hill ha anche risposto ad alcune domande, mostrandosi sempre piuttosto riservato, in alcuni casi addirittura diplomatico, ma non sono mancate le sorprese.

 

Lei ha spesso affermato: "Tutti i miei film sono western". Che cosa intendeva dire?

Beh, come si suol dire, ho ricevuto l'imprinting del western. Da piccolo ho visto innumerevoli film western e mi sembrava che fossero i miei film preferiti. Quello che mi piace dei western non è tanto la caratterizzazione, la tematica, quanto la struttura narrativa, così semplice ed elegante. Ecco, io ho sempre ricercato questa semplicità, per questo si può dire che tutti i miei film vogliono essere dei western.

 

Questo suo background western può rintracciarsi anche nelle storie che lei racconta, incentrate sulle scelte morali dei personaggi?

I western per certi aspetti vogliono essere dei film storici: sono tutti ambientati tra la fine della guerra civile e gli inizi del 1900 e raccontano quel periodo, mescolando realtà e mito. Ciò che, però, caratterizza il genere più di tutto è la sua connotazione drammatica. La società in quel periodo non era organizzata e strutturata come quella di oggi, per questo gli individui dovevano risolvere da soli i propri problemi, aldilà dello Stato, della giustizia. Ecco, il western pone l'individuo di fronte ai suoi problemi, di fronte a scelte morali. In questo senso è il genere che più si avvicina alla tragedia greca.

 

Però, da un punto di vista formale, i suoi film sono fortemente stilizzati, mentre i western in genere sono radicati nella storia. Come spiega questa contraddizione?

Finora ho girato tre western, raccontando le storie di tre personaggi realmente esistiti, Jesse James, Geronimo e Billy Hickock. Aldilà di quello che possa essere il mio stile, quindi, nei miei western c'è una componente storica, realistica. Credo, però, che occorra muoversi attorno alla storia vera, in modo da renderla più appetibile.

 

Come mai il personaggio di Jesse James esercita tutto questo fascino. Tra i tanti film che sono stati girati su di lui quale preferisce?

E' innegabile il fascino del personaggio, il suo coraggio, la sua vita avventurosa. La sua storia, poi, è molto bella, presenta dei lati comici ed altri molto drammatici. Quindi è una storia che si presta benissimo ad essere raccontata. Per questo i film su James sono tanti. Ad esempio Jess il bandito di Henry King, con Tyrone Power e Henry Fonda: un film molto bello. Ma senza dubbio quella che preferisco è la versione di Samuel Fuller (Ho ucciso Jesse il bandito). In nessun altro film la scena della morte di Jesse James è stata resa con tanta forza drammatica.

Qual è il suo rapporto con il cinema della Hollywood classica. Lei, ad esempio, ha conosciuto Howard Hawks e Raoul Walsh?

Hawks non lo conoscevo bene. Una volta, però, grazie ad un amico, riuscì ad andare sul set di Rio Lobo, il suo ultimo film. Ricordo che era una persona molto tranquilla, più attenta agli aspetti tecnici che alla recitazione degli attori. Invece di dire "azione" per iniziare le riprese, usava la parola "camera". Credo sia un retaggio dei tempi del muto. Walsh, invece, l'ho conosciuto ai tempi in cui scrivevo la sceneggiatura di Getaway!, il film di Peckinpah. La storia che stavo scrivendo, infatti, era simile a quella di Una pallottola per Roy, c'erano molte somiglianze. Allora riuscì a mettermi in contatto con Walsh, per avere un parere. Era un personaggio di altri tempi, un duro: ricordo che, ormai vecchio e quasi cieco, riusciva ancora a prepararsi le sigarette con abilità.

 

Sente molte affinità con Hawks? E cosa ci dice di Il Fiume rosso?

Mi sono sempre piaciuti i film di Hawks, la sua abilità, le storie che raccontava. Nei miei film ho sempre cercato di raccontare storie di personaggi che sviluppassero un codice di comportamento nella vita. E credo che questo sia un motivo tipicamente hawksiano. Per quanto riguarda Il Fiume rosso, è senza dubbio un film bellissimo. Il personaggio di Wayne è affascinante, molto audace e il suo rapporto con il personaggio di Montgomery Clift non è schematico, è molto naturale. Forse non era il tipo di film nelle corde di Hawks, a disagio con i temi epici. Ma resta un gran film. E' stato molto criticata la scelta di non far morire nessuno dei due protagonisti nel finale, ma forse è più giusto così: un vero personaggio non deve morire mai.

 

Lei ama molto lavorare sui generi. Come mai?

Il periodo classico di Hollywood, fortemente basato sui generi, è stato ricco di bei film. Io ho cercato di reinventare i generi per il pubblico. Mescolare i generi è un modo per riavvicinare il pubblico ai film. Ma aldilà di tutto, credo che ci siano tre tipi di film, i film che si fanno per il pubblico, i film che si fanno per la critica e i film che si fanno per se stessi. Credo che la cosa migliore sia girare i film per se stessi, seguire sempre i propri gusti, le idee che si hanno in mente, senza perseguire un successo incerto.

 

Molti registi della sua generazione, Scorsese, Schrader, Coppola, hanno sempre affermato di amare Sentieri selvaggi di John Ford. Il suo cinema, invece, sembra più "materico". Lei cosa ne pensa di Sentieri selvaggi?

E' sicuramente un film che ammiro, ma probabilmente per me non ha avuto lo stesso significato che ha avuto per i miei contemporanei. Come diceva il mio amico Lindsay Anderson, si vede che Sentieri selvaggi è un film girato da un maestro, ma non è un film di John Ford, è qualcosa che esula un po' dal resto delle sue opere. Io preferisco, ad esempio, Ombre rosse e Sfida infernale. Credo che Sentieri selvaggi sia un film per certi aspetti confuso e forse è questo che piace ai miei contemporanei.

 

Il suo ultimo film, Daughters of Joy, è stato girato per la TV. Si sa che, da sempre, lo spazio è stato uno degli elementi fondanti del western, quasi un altro personaggio. Il mezzo televisivo non potrebbe comportare una perdita di importanza dello spazio?

Ford affermava di girare i suoi film sempre allo stesso modo, lì, direttamente negli occhi. Io lavoro come so e come posso, cercando di non modificare il mio stile. Quando la produzione mi ha chiesto di girare Daughters of Joy, mi ha lasciato la libertà di fare come volevo. Ed io ho girato il film pensando che fosse per il grande schermo, piuttosto che per la TV.

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