TORINO 23 - "One Night" di Niki Karimi (Concorso)

In "One night" di Niki Karimi nulla sembra potere andare al di là dei binari di una narrazione conforme all'idea che l'ha fatta nascere. Un cinema di regole e rispettoso dei tempi, ma in cui la messa in scena appare solo di maniera

C'è un cinema iraniano che prova un grande desiderio di raccontare storie, sentir(se)le narrare come manifestazione primaria del film. È l'anima mediorientale che cresce e che desidera comunicare al mondo la propria coscienza collettiva in evoluzione. Un Paese, l'Iran che fino agli anni '70 chiamavamo Persia, un Paese che l'occidente ha forse incontrato, davvero, per la prima volta durante la "rivoluzione" degli ayatollah e che da allora persegue, con il cinema e i suoi percorsi narrativi, anche una seduta di autocoscienza guardando alla propria cultura, ma con l'occhio rivolto verso il mediterraneo e oltre.

Niki Karimi non intende sfuggire da questo clichè e, mutuando da Kiarostami, suo maestro e predecessore, ci presenta Negar, giovane donna iraniana in crisi con la madre. Negar è costretta  dormire fuori casa, la madre vuole la casa libera. Negar vagherà tutta la notte accettendo passaggi in auto da sconosciuti. Tre uomini, tre storie, tre Iran che passano sotto gli occhi della giovane protagonista, come i tre stadi dell'evoluzione di questo paese.

Questa la prevedibile fissità di One night in cui nulla sembra potere andare al di là dei binari di una narrazione conforme all'idea che l'ha fatta nascere. Un cinema di regole, rispettoso dei tempi: un rullo per ciascuna storia, nessuna sbavatura, tranne un finale in cui il ritmo si allunga, così come i piani sequenza, in una sospensione da "ora del lupo" come diceva Rohmer alcuni anni fa. Purtroppo è un cinema che abbiamo già visto nel profilo dei protagonisti che guidano un'automobile, il terzo, a nostra memoria, di autori iraniani. È un cinema, si ha l'impressione, che sia di grande sollievo per chi lo realizza, ma che giri a vuoto nella fruizione finale. Un filmare in cui l'immobilismo dell'ispirazione narrativa si scontra con la corsa verso una occidentalizzazione culturale che non convince, che sembra svuotare di contenuti anche la tradizione messa in scena alla "iraniana"  che si era servita, spesso, di un neorealismo che nel film della Karimi appare solo di maniera e per averne una prova basta ripercorrere la logorroicità dei dialoghi per scoprire che, in fondo, il film è solo una tesi da difendere che vuole che il futuro sia donna in contrapposizione ad una tradizione da rifiutare trasposta nei personaggi maschili. Anche in questo stereotipo sta il limite del lavoro della Karimi. 

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