TORINO 23 - "L'avion", di Cédric Kahn (Fuori Concorso)
Dalla bici all'aereoplano... Mezzi diversi che sorvolano sempre "boschi di libertà". Kahn si avventura in un pericolosissimo dramma fantastico sempre borderline sul precipizio del patetismo nel quale, miracolosamente, riesce a non precipitare mai trovando nuove vie per continuare la sua personale poetica del dolore in questo "E.T. alla francese"

Il caschetto biondo del piccolo Charly (Roméo Botzaris) desidera per Natale una bici e si vede costretto a impostare un bel broncio quando il padre Pierre (Vincent Lindon), tenente colonnello dell'aereonautica, arriva dopo la festa a notte fonda e gli consegna, invece, un prototipo d'aereoplano personalmente costruito. Ma dopo la morte improvvisa del padre, poco dopo, Charly rivaluta il giocattolo, anche perché questo s'anima arrossandosi dolcemente come il torace dell'E.T. di Rambaldi e vola da solo. Basta leggere poche righe di sinossi per stendere un esile quanto robusto fil rouge tra il capolavoro spielberghiano e quest'ultimo Kahn. E anche se Botzaris non è Henry Thomas (in questi giorni sullo schermo del festival nell'unico "Masters of Horror" finora visto da scartare, Chocolate di Mick Garris) il rapporto padre-figlio è cruciale in L'avion come in tutto Spielberg e il volo del mini attore francese sui boschi avvinghiato al suo aereoplano, il cui biancore senza spigoli è lo stesso dell'avvolgente candore che riscalda l'amore filiale, rilancia nel grigiore contemporaneo lo slancio della celebre sequenza in mountain bike del 1982. Ma anche i toni attutiti che Kahn trova nella scena della ribellione del velivolo, impegnato a devastare la casa e frenato dal colpire lo scetticismo della madre grazie al protettivo abbraccio filiale di Charly, l'indistruttibilità extra-terrestre dell'apparecchio (parente stretta del sentimento che unisce Charly a Pierre) o il pre-finale in cui l'aereo seppellito nella sabbia si dissolve per lasciare il posto all'estrema apparizione paterna a Charly, sono momenti toccanti e degni di nota disseminati lungo la pellicola. Sembra quasi esserci, talvolta, lo zampino schietto e diretto di un Perrault o un La Fontaine nello script a cinque mani di Ferroukhi, Marchand, Valbrune, Lapière e lo stesso Kahn tanto il favolistico a tratti prende piede, pur non soffocando mai l'anima realistica del racconto, ben condotto da quella freddezza stilistica che già avevamo apprezzato in Roberto Succo, meno nel recente e non completamente riuscito Luci nella notte. Ed è in questo coraggioso doppio binario del pindarico volo fantastico e dell'ancoraggio alla realtà che Kahn, quasi commoventemente, investe la propria attuale idea di cinema creando un'opera che trova la categoria di pubblico capace di apprezzarla né in fasce d'età specifiche né in determinate categorie sociali o intellettuali, ma in quella schiera necessaria che speriamo sempre più numerosa: l'amante (incondizionato e senza confini) di cinema.
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