TORINO 2005: "El Barillete", di Alessandro Angelini (Concorso)

Il film di Angelini è nettamente distinto in due parti: la prima girata in un paesaggio dove la natura regna incontrastata: le piantagioni di caffé, la minacciosa e oscura miniera dove Enrique estrae lforo, la seconda girata interamente in una metropoli, Managua, altrettanto pericolosa, dove il caos urbano sembra avere il sopravvento

Alessandro Angelini non è un nome nuovo al Torino Film Festival. Nel 2000 con Ragazzi del Ghana ha vinto la prima edizione del Concorso Doc. Quest'anno nella Sezione Concorso Lungometraggi presenta El Barillete, documentario girato in Nicaragua che racconta l'amicizia tra due ragazzini che casualmente si incontrano nella capitale, Managua: Enrique, quattordicenne cercatore d'oro in fuga dalla povertà e da una vita senza prospettive e senza speranza, alla ricerca del fratello maggiore e Mario, bambino di strada dotato di grande umanità, malgrado l'abitudine alla durezza e alle privazioni di una vita vagabonda. Il lungometraggio di Angelini è nettamente distinto in due parti: la prima girata in un paesaggio dove la natura regna incontrastata: le piantagioni di caffé, la minacciosa e oscura miniera dove Enrique estrae l'oro, la seconda girata interamente in una metropoli, Managua, altrettanto pericolosa, dove il caos urbano sembra avere il sopravvento sull'esistenza delle persone, fagocitando con la sua spietatezza le anime innocenti dei bambini che vivono per la strade.

Angelini si sofferma proprio sulla condizione che queste creature − "angeli dalla faccia sporca" − sono costrette a vivere quotidianamente, tra lavoretti saltuari per procurarsi il (misero) cibo e bagni nelle fontane per rigenerarsi dal caldo opprimente. Fanciulli cresciuti troppo in fretta, dove l'finfanzia viene negata, cancellata per far posto allfobiettivo primario, lontanissimo dai nostri bambini panciuti ed eternamente annoiati: la sopravvivenza. La mdp segue le corse, le risa e le grida di questi giovanissimi con occhio partecipe ma mai consolatorio, attento ma sempre delicato, leggero come l'aquilone (barillete) rosso  di Enrique.

Il regista romano opera una commistione tra fiction e documentario, riuscendo con una certa perizia ad innestare allfinterno della forma documentaristica  una sorta di "storia privata" dei due piccoli protagonisti. Il realismo delle immagini, a tratti dure ma senza essere mai disturbanti, si sposa magnificamente con la vicende di Enrique, nei cui occhi profondi ed indagatori si riverbera tutta la disperazione e l'impreparazione di fronte ad una città troppo vasta e misteriosa che il suo sguardo non riesce a coprire e di Mario, che quella disperazione l'ha già inglobata e metabolizzata nel proprio essere, facendone un punto di forza per riuscire a restare a galla, per non affondare in un oceano cementificato che non guarda in faccia nessuno. Nemmeno un bambino innocente.

 

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