TORINO 23: "Per me il movimento e il suono sono fondamentali, questo è il cinema, movimento e suono, e silenzio". Incontro con Amir Naderi.
"Fuori Concorso", l'ultimo film del regista iraniano ormai trapiantato a New York. "Sound Barrier" è il primo di una trilogia dedicata al suono, l'ossessione creativa dell'autore. In conferenza, confessa che per 4 anni ha vissuto isolato dal mondo, senza televisione e giornali che potessero distrarlo dal suo lavoro.

"Fuori Concorso", l'ultimo film del regista iraniano ormai trapiantato a New York. Sound Barrier è il primo di una trilogia dedicata al suono, l'ossessione creativa dell'autore. In conferenza, confessa che per 4 anni ha vissuto isolato dal mondo, senza televisione e giornali che potessero distrarlo dal suo lavoro. Tutta la sua genialità si scopre anche quando comincia a raccontare il film, con il fatidico "cut" che conclude ogni suo pensiero. Ha parlato del prossimo progetto: girare la seconda parte della trilogia sulla luna, dove un uomo proverà a sentirsi come a casa propria, ammettendo di aver sempre sognato di vivere sul satellite, per poter avviare un nuovo cammino. A gennaio, il Museo del Cinema di Torino, presenterà una retrospettiva completa su Amir Naderi (in giuria al Torino Film Festival, per il Concorso Lungometraggi) accompagnata da un libro per "Il Castoro", curato da Massimo Causo e Grazia Paganelli.
Cosa la spinge a realizzare un cinema così "estremo"?
Per me il movimento e il suono sono fondamentali, questo è il cinema, movimento e suono, e silenzio. In partenza non m'interessano la storia e i personaggi. Ciò che faccio è legare movimento, suono e immagini. Questo film è progettato sul suono e all'inizio mi sono concentrato solo su esso. Per quattro anni mi sono concesso solo una passeggiata serale per la mia città, New York, registrando ogni suono circostante. Poi ho trovato gli esterni in cui avrei inserito la mia storia con i personaggi. Con il cinema ho bisogno di esprimere me stesso. La procedura è rischiosa per il rapporto con il pubblico. Il pubblico abituato ad un certo tipo di cinema più, diciamo, lineare, probabilmente troverà difficile il mio. A me però, sinceramente, interessa relativamente; io vado avanti per la mia strada, senza stare a pensare come potrebbe essere accolto il film dal pubblico. Se è apprezzato, tanto meglio. Io faccio cinema soprattutto per me stesso, per sperimentare cosa amo al cinema. Cut...
Come ha conosciuto il ragazzino, protagonista del film?
Charlie lo vedevo girare nel mio quartiere quando aveva sei anni. Avendo sempre saputo di voler girare questo film, ho aspettato che crescesse. Per cinque anni l'ho osservato a sua insaputa. Poi quando ha compiuto 11 anni, mi sono avvicinato e gli ho lasciato il biglietto da visita chiedendo di farmi chiamare da suo padre. Da subito non ho avuto problemi, perché i suoi genitori sono musicisti, artisti e quindi larghi di vedute. Per un anno, Charlie è stato a mia completa disposizione, studiando come si leggono le labbra e facendolo vivere in condizioni disagevoli per prepararlo al meglio al ruolo che avrebbe interpretato: un ragazzino sordomuto che cerca di scoprire cosa lo perseguita dalla morte di sua madre. È dimagrito di quasi 10 chili e delle volte però gli facevo saltare la scuola, a patto che si comportasse bene sul set. Cut...

Quanto è stato difficile girare Sound Barrier?
Molto difficile. I primi due mesi, tanto per dire, sono stati cestinati. Non mi piaceva niente del lavoro svolto. Non ero soddisfatto di me, di Charlie, della troupe. Charlie è stato praticamente torturato; io gli chiedevo magia e lui non riusciva a comprendermi. Piano piano, abbiamo trovato feeling e come per incanto il film ha cominciato a prendere forma sotto i nostri occhi. Filmare è stato quasi impossibile, basta pensare alla due locations: un'archivio radiofonico, stretto e claustrofobico, e un ponte della mia città iperaffollato. Abbiamo girato per otto mesi, quattro nella stanza e quattro sul ponte. Sulla strada è stato anche pericoloso, spesso abbiamo rischiato di essere investiti dalle auto e dai camion. In più, ho girato oltre mille inquadrature e un solo pianosequenza, cercando di catturare il suono in tutte le sue sfaccettature, provando a creare una vera e propria musica, una specie di sinfonia. Cut...
Oltre New York, quale altra città la ispira?
New York è il massimo per il mio cinema. Amo però tantissimo anche Torino e Tokio. Sono le mie città preferite. Torino è invasa da una calma apparente e si ha la sensazione che la pazzia sia tutta ammassata in periferia, pronta a scoppiare. Tokio invece è fantastica. Trovo molte similitudini con New York. Cut...
Il prossimo film?
Il prossimo sarà girato sulla luna. Piazzerò un uomo sulla luna, dove ho sempre sognato di vivere per poter cominciare un nuovo cammino. Il tema centrale sarà sempre il suono e penso di comportarmi come per Sound Barrier. Mi estranierò da tutto, pensando solo al lavoro. Negli ultimi quattro anni non ho letto i giornali e non guardato la Tv. Devo isolarmi e restare solo con le mie ossessioni: il cinema, il suono e il pericolo. Lavoro in questo modo perché voglio mettere sotto pressione sempre i miei collaboratori fino a renderli partecipi del mio stato d'animo. Dove ci sono difficoltà io ci sono. Dove c'è qualcosa di impossibile, io ci sono. La vita è noiosa senza rischio. Cut!
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