TORINO 23 - "Les saignantes", di Jean-Pierre Bedolo (Concorso)

La notte è la vera protagonista del film, dove con il buio e le sue variazioni cromatiche (splendidamente fotografate da Robert Humphreys) emerge una realtà caotica dai contorni anarcoidi, dove si susseguono un nugolo di personaggi dal fascino misterico

Il cinema africano per la prima volta non pone il suo sguardo sul presente, duro e intriso di sangue, figlio di guerre senza fine, carestie e malattie che carezzano l'apocalisse nero, ma si catapulta con un coraggio inaspettato (e ardentemente anelato) verso il futuro, un futuro vicino alla nostra contemporaneità che però sembra correre parallelamente alla linea Occidentale, non intersecandosi mai in nessun punto della sua retta, percorrendo una via libera ed indipendente, spoglia di qualsiasi intromissione "bianca".

Camerun, anno 2025, due bellissime donne usano il loro fascino per ottenere favori da uomini potenti, quando uno di questi muore ha inizio un fitto gioco di intrighi e di menzogne che coinvolgerà inevitabilmente il destino di un'intera nazione.

Il film di Bedolo si sviluppa nell'arco di una notte, con la luna che funge, genialmente, da orologio naturale: la sequenza iniziale mostra uno splendido cerchio illuminato nel mezzo del cielo, mentre l'ultimo fotogramma riprende la luna che lentamente cala per abbandonare le tenebre e lasciare spazio alla luce diurna (che nel film non si vedrà). La notte è la vera protagonista del film, dove con il buio e le sue variazioni cromatiche (splendidamente fotografate da Robert Humphreys) emerge una realtà caotica dai contorni anarcoidi, dove si susseguono un nugolo di personaggi dal fascino misterico, dove il ritmo della narrazione, la messa in scena ed il montaggio hanno un fascino ipnotico, rafforzato da una colonna sonora concentrata su basi percussive (tamburi e percussioni accompagnano l'intera visione).

Una sorta di Fuori Orario africano dunque, dove la figura maschile viene ripresa come entità malvagia e disinteressata alle sorti di un Paese agonizzante (il ministro crudele e corrotto, il vecchio poliziotto deluso), mentre l' "altra metà del cielo" viene disegnata, modellata con inesauribile energia. Il titolo del lungometraggio la dice lunga infatti sulla vitalità delle protagoniste: sanguigne. Sanguigne come la madre terra, fertile e generosa, in netta contrapposizione con il senso di sterilità (morale ed intellettuale) che traspare dagli uomini. Il regista camerunese sembra avere le idee molto chiare su chi ha la possibilità (e la forza morale, soprattutto) di poter salvare un paese in crisi profonda, che però nutre grandi speranze di risollevarsi per mezzo del proprio popolo e delle proprie risorse.

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