TORINO 23 - "A halál kilovagolt Perzsiából" (Death rode out of Persia), di Horváth Putyi (Concorso)

"A halál kilovagolt Perzsiából" è un film che corre sul filo della memoria e del rimpianto, l'ambiguità narrativa che lo caratterizza e la capacità di raccontare il passato trasformandolo in struggente malinconia sempre sul filo della memoria ne fanno un'opera sincera arricchita da alcune intuizioni visive.

Il regista ungherese Horváth Putyi non è un neofita, nato nel 1953 è stato attore, sceneggiatore e regista. Amico e collaboratore di Béla Tarr è stato attore nel suo fluviale Sátantángó.

Il film ospitato dal concorso torinese A halál kilovagolt Perzsiából nasce da una proposta di Tarr ed è stato girato a bassissimo budget da un romanzo di Péter Hajnóczy e già cinque anni la storia aveva trovato una riduzione per un film di 17 minuti.

Un film che corre sul filo della memoria e del rimpianto. Un alcolista, ai limiti del baratro esistenziale ripercorre una vita, forse è la sua, forse una sua proiezione narrativa di un personaggio inventato, in questo senso deporrebbe la funzione della voce fuori campo in terza persona, che ha avuto la sua stessa esistenza. L'alcool e il fumo hanno divorato la vita dell'alter ego, ma anche quella del protagonista che vaga, in un perenne stato etilico, nel suo appartamento ormai lasciato all'abbandono. Neppure l'amore per una donna ha evitato la disperazione dell'alcolismo.

Il film vive di una fotografia sporca e di interni bui e che si fanno largo nell'imponenza fisica dello scrittore protagonista, ma l'elemento interessante, che si caratterizza in una ambiguità di fondo, è da ricercarsi nella capacità di lasciare lo spettatore nel dubbio se l'evocazione appartenga alla propria vita o ad un'invenzione terapeutica utilizzata per venire fuori dalla malattia. Poco importa, in fondo, perché resta l'elemento dell'ambiguità che appare ben giocato nel rapporto tra presente e passato. In questo gioco drammatico e in alcune argute intuizioni visive si ritrovano gli elementi migliori di un film sincero in cui ritroviamo anche una colonna sonora che guarda nel passato più dimenticato della canzone italiana.

Meno evidente appare l'attività di scrittore del protagonista che, invece, è sottolineata nelle note del regista e forse è un elemento determinante della storia, ma al di là questa particolare contingenza, il film va ricordato per l'amara riflessione sul passato e per avere raccontato, con buona efficacia e una certa capacità di trasformare il racconto in struggente malinconia, un'esistenza che trova solo nel filo dei ricordi la forza per la propria sopravvivenza anche se si tratti di un ricordo inventato. La fantasia e la scrittura si confermerebbero un'ottima terapia. 

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