TORINO 23 -"Loft" di Kiyoshi Kurosawa (Fuori Concorso)

Kurosawa torna all'horror puro, e all'ossessione per i fantasmi aggiunge questa volta un mostro classico come la mummia, per un'opera bulimica, sfocata, parzialmente deludente, che però non rinnega lo straordinario talento tecnico e visivo del regista giapponese.

Kiyoshi Kurosawa compie cinquant'anni e festeggia tornando all'horror. Dopo la parentesi suadentemente malinconica di Bright Future, e gli influssi fantascientifici di Doppelganger, il cineasta di Kobe si riappropria del suo campo visivo principale. Tornano i fantasmi, gli obake (così sono chiamati nella religione scintoista), i revenant, nella ricerca ossessiva di creature che riemergono nel mondo dei vivi per riaffermare la vendetta di un passato non abbastanza sepolto, o la richiesta di perdono per ciò che non è mai stato dimenticato. Ma in Loft oltre ai fantasmi mette piede nella poetica di Kurosawa anche un altro mostro classico del cinema dell'orrore, la mummia, personificata da una donna ritrovata in perfetta conservazione dall'antropologo Yoshioka dopo 1000 anni d'abbandono. Il simbolo che unisce la creatura dissepolta e la giovane scrittrice Haruna è il fango, ingoiato volontariamente in grandi quantità per preservare la bellezza del corpo e dell'anima, o vomitato sotto forma di melma nerastra, come strumento di concatenazione di una malattia che scivola nella maledizione una volta che i due corpi vengono in contatto. A ciò si aggiunge il fantasma della precedente inquilina della casa di Haruna, un editore troppo premuroso, un omicidio non risolto, e la deriva esistenziale di Yoshioka, paranoicamente ossessionato dalla (non) ammissibilità del proprio ritrovamento. Nei dettagli, nelle prospettive oscure, in visioni parziali che offrono più connotazioni ad ogni scena, in piani fissi in cui apparizioni e sparizioni girano a spirale in un vortice d'allontanamenti e riavvicinamenti, si attua il senso del mondo secondo Kurosawa: un romanzo subliminale in cui l'uomo è ogni volta soggetto di (mancata) redenzione, e di una follia strisciante che lo conduce gradualmente verso lo smarrimento dell'anima e il susseguente vagabondaggio in una cecità psicotica incurabile.

Se Loft procede inizialmente bene, con immagini realmente inquietanti e un senso d'angoscia che ricopre ogni anfratto narrativo, Kurosawa, a differenza di capolavori densi e compatti come Cure e Kairo, perde questa volta il filo del discorso, avvolgendo il film in una struttura policroma che raschia nella confusione. Si avverte una bulimia scritturale che esagera in subplot, rimandi e affastellamento situazionale, sfociando in un finale troppo semplicistico e sfocato. Opera riuscita solo parzialmente dunque, senza peraltro ingrigire il talento straordinario di una autore di gran classe, in grado, anche in Loft, di ipnotizzare lo spettatore con movimenti di macchina lievi e sinuosi, e al contempo di ottenere un effetto disturbante con l'utilizzo di rumori extra-diegetici metallici e conturbanti, come da suo stile. Un autore capace come nessun altro di riempire il campo visivo d'ogni singola inquadratura, costringendoci a dimenticare ciò che è in primo piano e ad osservare ogni angolo e ogni sfondo, nell'attesa snervante che in qualsiasi attimo qualcuno, o qualcosa, possa sbucare dal buio per trascinarci nell'incubo.

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