TORINO 23 - Retrospettiva Claude Chabrol
Interessato al crimine, al delitto come tensione con lo scopo di dimostrare la fragilità umana, il cinema di Claude Chabrol, in questa prospettiva, fa del rifiuto dell'intreccio la ragione per costruire un variegato catalogo di profili e animi umani.

Si colorano del rosso magenta le dominanti di una buona parte dei film di Claude Chabrol proiettati nella prima parte della retrospettiva che il Torino Film Festival dedica, in doppia cadenza, all'autore francese. Questa trascurabile circostanza, unita a quella della rigatura delle pellicole, che ricorda le pionieristiche proiezioni dei cineclub, ci rammenta, però che il tempo intercorso tra i primi film di Chabrol ed oggi è davvero lungo. Se il cinema ha 110 anni, Chabrol ne ha occupato quasi la metà, il che, per un autore ancora oggi attivo, vivace, spiazzante, geometricamente cinematografico, non è poco.
Interessato al crimine, al delitto come tensione, con lo scopo di dimostrare la fragilità umana - sono le sue parole nell'incontro all'interno del Festival - Chabrol non ha mai lavorato sulla sua sociologia, essendo interessato, più che altro, all'approfondimento della colpa come espressione della condizione umana. In questo senso non ha mai molto apprezzato l'intreccio, vedendolo spesso come un ingombro e quindi prediligendo sempre trame semplici che lasciassero spazio alla costruzione delle altri componenti del film.
Queste caratteristiche trovano già spazio, anche nella prima produzione del regista francese, in quella produzione in cui l'autore mescola la commedia umana fatta di caratteri e di scontri tra personaggi, arricchiti dai propri retroterra culturali, con l'osservazione oggettiva del sociale (Les godelureaux 1960 o Les bonnes femmes 1959-60, I bellimbusti o Le donne facili).
Chabrol, in ogni caso riesce a catturare per l'estremo "semplice" rigore del suo stile, che negli anni si è solo affinato, ma senza mai mutare in quel rapporto sempre strettamente mantenuto con la limpida efficacia dei suoi movimenti di macchina, mai inutili o sovrabbondanti, tesi ad indagare i volti, gli spazi entro i quali i personaggi si muovono all'interno delle scarne e torbide trame che crescono loro attorno.
Les biches (1967) (Le cerbiatte) o La femme infidèle (1968) (Stephane, una moglie infedele) appaiono due film, in questo senso, cruciali, Le noces rouges (L'amico di famiglia) esemplare. Nei primi Chabrol sperimenta, nell'avanzamento audace sul piano della morale, il racconto di un rapporto a tre (Les biches), in cui l'uomo appare stretto tra due donne tra le quali, a loro volta, esiste un rapporto d'amore, attirato da entrambe eviterà lo scontro che, in un finale drammatico, vede le due donne come protagoniste ovvero (La femme infidèle) il falso spettacolo della menzognera vita borghese.

La torbida essenza di Le noces rouges (1973) (L'amico di famiglia) emerge proprio dalla trama della storia. Due amanti decidono di uccidere i rispettivi partner per coronare il loro amore. Un imprevisto, quanto (in)opportuno atto d'amore della figlia della donna causerà l'arresto dei due. Esemplare film sull'espiazione della colpa di derivazione langhiana, sulla colpa che emerge comunque, in cui la narrazione è giocata su precise forme sintattiche la cui estrema secchezza fa il paio con la folgorante semplicità comunicando un cinema che sembra facile da realizzare. Ma, come abbiamo imparato da più parti, la semplicità è arte difficile da praticare e si raggiunge con la attività continua e la frequentazione instancabile dello studio del cinema e delle sue potenzialità espressive, così come Chabrol da anni ci insegna.
La retrospettiva, come accade in questi casi, ha avuto il merito di recuperare, si immagina con quali fatiche, la produzione più marginale e dimenticata del regista, come ad esempio Le cheval d'orgueil (1980) (Il cavallo dell'orgoglio), uno strano film in cui convivono, in una commistione di invidiabile equilibrio, il film a soggetto e il documentario. Un'opera in cui il tema portante: lo sguardo innocente del bambino che assiste alla continua rinascita della vita nel proprio paese e nel quale la circolarità delle storie appare rispettosa di questa rigenerazione, è ambientato in un villaggio bretone durante gli anni della prima guerra mondiale. Il film trasferisce pur nell'idillio della campagna bretone, la paura celata dei lontani echi di una guerra che si fa evidenza nell'assenza della figura del padre. Al ritorno di questi dal fronte la ricomposizione della esistenza del bambino andrà di pari passo con quella del sua paesino. Un film in cui il documento filmato, giocando con una trama esilissima, costituisce occasione per delineare il profilo di alcune figure che camminano sul filo dell'interpretazione del film di fiction e quella in silhouette tipica del documentario. Originale e davvero singolare, costituisce una storia a sé all'interno della retrospettiva.
Regista dallo stile freddo, mai direttamente coinvolto, Chabrol è rimasto sempre distante dai suoi personaggi, dalle loro vicende, tanto da costituire il suo un cinema "oggettivo", una forma cinematografica che, nel rifiuto dell'intreccio, trova la ragione per costruire un variegato catalogo di profili e animi umani. In questo senso appare senz'altro esemplare un film come Violette Nozière una storia che sotto altri occhi avrebbe potuto diventare un drammatico film di denuncia ovvero una tragedia a tinte forti. Chabrol, invece, controlla e raffredda tutto e con il suo incedere, mai eccessivo o fuori luogo, taglia un film perfetto addosso alla gelida Isabelle Huppert.
In attesa di (ri)vedere la seconda parte della sua filmografia non possiamo che affermare che Chabrol è un autore che si fa amare, un regista, non soltanto testimone oculare di un'epoca indimenticabile e gloriosa per il cinema, ma che ha continuato, a cavallo di due secoli, con la sua arte, ad illuminare gli schermi del mondo portando con sé, nella sue immagini, il futuro di quei tempi.
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