"Pulse (Kaïro)", di Kiyoshi Kurosawa

Esce finalmente anche in Italia uno dei capolavori del grande regista giapponese scoperto da Cannes, autore di film come "Charisma", "Bright Future" e "Loft". Un horror metafisico, sospeso su un terrore che prende l'anima e racconta la solitudine dell'umanità. Da non perdere, prima dell'immancabile remake hollywoodiano

Il mondo che finisce in una grande, silenziosa esplosione di solitudine. L'orrore che non prende la gola e strozza l'urlo, ma che stringe il cuore e ne ferma il battito tra la disperazione e la speranza (Bright Future sarebbe venuto due anni dopo a chiarire tutto...). Lo spettro della catastrofe definitiva che si fa immagine fantasmatica di un'umanità desertificata... Questo è Pulse (Kaïro) di Kiyoshi Kurosawa, un messaggio che proviene dall'anno 2001 (quando approdò a Cannes travolgendo tutti i senzienti; gli altri, come al solito, guardavano altrove...), uno dei capolavori di uno degli indiscussi maestri del cinema contemporaneo (a Venezia stiamo per vedere il suo nuovo film: Sakebi), regista di pulsioni dell'anima che frugano nelle zone d'ombra del mondo per raccontare le paure più recondite, quelle che dischiudono abissi spirituali di terrore profondo, ovvero non epidermico... L'orrore dentro, mica quello sulla pelle, altroché brividi e salti sulla poltrona, fantasmi striscianti dai lunghi capelli neri sugli occhi o roba simile: Pulse (KaÏro) è un trattato sulla fine ultima dell'umanità, l'incubo di un mondo che lentamente ma inesorabilmente si ritrova popolato di fantasmi, dove la vera paura è quella di ritrovarsi a piangere dentro, in silenzio, piuttosto che urlare fuori...

Il mondo qui è un'estensione della foresta morta di Charisma (il film che nel 1999, sempre a Cannes, aveva rivelato Kiyoshi Kurosawa), una sorta di vivaio in cui pian piano l'incubo cresce e avvolge le esistenze dei giovani protagonisti: studenti, botanici, informatici... Corpi come monadi sullo sfondo urbano impercettibilmente desertificato, anonimi quartieri, condomini spopolati, archeologia industriale della porta accanto: le figure si muovono nei tipici monolocali nipponici in rispettosa solitudine reciproca, ognuno col suo insensibile dolore che prosciuga l'anima e soffoca il grido d'aiuto in gola. Un giorno uno sparisce, non dà segni di vita e quando Michi, una collega, va a cercarlo a casa per recuperare un floppy disk indispensabile in ufficio, lo vede impiccarsi... Sul dischetto che recupera c'è anche un'immagine che mostra la vittima annichilita davanti al monitor del suo computer, e intanto il telefono squilla sul sibilo della sua voce che chiede aiuto... Altrove uno studente, Kawashima, installa un software per navigare in Internet che lo connette a siti che mostrano uomini e donne stretti nella solitudine dei loro monolocali, che si tolgono la vita... L'angoscia striscia nella quotidianità e il mondo diventa impercettibilmente uno scenario spettrale, vittima di un silenzioso contagio che vede i vivi lasciare il campo ai morti, agli spettri che stazionano nella nostra realtà, silenziosi, impassibili, ma pronti a pretendere la vita urlando il loro dolore, la loro angoscia, il tormento della loro solitudine, sempre più numerosi, sempre più impassibilmente aggressivi...

Pulse (Kaïro) sta tutto in questo stato d'animo, oggetto di flagrante dolore che scaturisce da un filmare la realtà riflettendola nello specchio dell'anima e trovandola immagine terrificante di un mondo orrido. Kiyoshi Kurosawa propone un horror spirituale, marcatamente metafisico, uno sfarfallio filosofico nell'ombra di un'umanità che ha perso il contatto con se stessa. Pulse (Kaïro) è un trattato sull'isolamento che stringe alla gola l'individuo contemporaneo, sulla solitudine come grande morbo che ha contagiato il mondo intero producendo quella catastrofe che non a caso il film configura in poche, ma profondamente terrificanti visioni. La fuga è un principio di salvezza destinato a disperdersi nell'oltremondo alla deriva dei profughi (in compagnia di un capitano che ha il volto di Koji Yakusho, l'attore feticcio di Kurosawa, già protagonista in esilio dal mondo di Charisma), mentre lo sguardo che questo incredibile regista adotta insiste sull'unità dell'inquadratura (l'uso insistente della panoramica, lenta e pensierosa, a scoprire il set e le figure), cercando nell'immagine quell'unione, quella coesione che sfugge al mondo reale, dichiarando una volta di più che i fantasmi ci stanno accanto, sono come noi, siamo noi mostrati nella nostra vera natura: urlanti nell'orrore della loro (della nostra) solitudine, coi loro passi disturbati, nelle loro lente, terrorizzanti coreografie che disegnano coordinate oscure nel vuoto del loro (del nostro) tempo morto. Alla fine l'acqua - il mare - ci culla nel nostro bright future : disperati di speranza, come tutto il cinema di Kiyoshi Kurosawa.

Titolo Originale: Kaïro (Pulse)
Regia: Kiyoshi Kurosawa
Interpreti: Haruhiko Kato, Kumiko Aso, Koyuki, Jun Fubuki, Shinji Takeda, Koji Yakusho
Distribuzione: Mediafilm
Durata: 118'.
Origine: Giappone, 2000

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