SPECIALE "The New World": "Con una mano sul cuore"
"The New World" è un corpo fragile che si incenerisce ad ogni dissolvenza per risuscitare nei bagliori aurorali delle sequenze che si ria(ni)mano tra loro. Corpo vivente e morente che riflette la fragile immensità dell'uomo nella misurabile infinità del tempo, di cui l'anima è misura.

"Ci duole il corpo, duole la memoria. / Ci scacciano le cose, e la poesia / è il rifugio che sempre più invidiamo." (Kostas G. Kariotakis)
Un abbraccio incompiuto e insieme il desiderio della completezza di un abbraccio. Corpi sospesi, né abbracciati, né separati, distanti e vicini, esausti e disarmanti; corpi infissi in un istante senza tempo, eppure esposti ad una temporalità perennemente in atto. Qui tutto si tocca, si sfiora in una inesausta e sensibile rivelazione dell'altro. Se ci fermiamo per un attimo ad afferrare e osservare l'emozionante e sfuggente movimento dell'animo, tutto traspare nella e dalla liquidità equorea degli occhi: occhi estranei, sospettosi e indagatori, occhi tremanti e timorosi, sospesi sul limitare che separa la vita dalla morte, occhi pieni d'amore e di pietà che ridonano la vita. Qui un battito improvviso delle palpebre, un sospiro, un movimento inconsulto possono rovesciare un'assenza in presenza e vita; qui il gesto colto nel suo compiersi lascia vibrare l'intera immagine e porta l'attenzione su quella mano posata sul cuore per farcene sentire il battito e comprenderne la vita, per farci cogliere tutto il dispendio e la fragilità di un corpo. The New World sembra già tutto racchiuso in questa sola immagine: assenza luminosa e germoglio nascosto. Eppure quello di Terrence Malick è un film di cui è impossibile ridire le immagini, perché sono immagini bruciate da un fiammeggiante lirismo, che accende fuochi improvvisi che rischiarano l'encausta oscurità del vedere, quell'oscurità da cui è portata alla luce la vita; l'emergere di quelle tracce di vita depositate sul fondo dell'esistenza che tornano a riflettersi in superficie, sulla pelle stessa delle immagini offerte alla prensilità dello sguardo. Quella di Malick è una visione semplice, senza piega, di un mondo visto e nominato come se fosse la prima volta, ma anche già dolente e inquieta, perché da sempre portatrice di una ferita che si apre sul candore materialistico delle immagini (e con essa al centro del corpo, nel cuore) e dalla quale fluisce la loro essenza. Immagini fatte di quella permeabilità che permette di filtrare il flusso inesauribile della vita e del tempo: fiotto che porta i corpi e li bagna, o che scorre da essi. "The New World" è un corpo fragile che si incenerisce ad ogni dissolvenza per risuscitare nei bagliori aurorali delle sequenze che si ria(ni)mano tra loro. Un film che fa davvero male agli occhi, perché ogni risveglio è pervaso da una malinconia che testimonia ogni volta del tormento subito: trionfo nella/sulla morte, ma anche tributo fisico che la morte pretende. Corpo vivente e morente che riflette la fragile immensità dell'uomo nella misurabile infinità del tempo, di cui l'anima è misura. Veri e propri bisbigli di immortalità affidati alla dolorosa e pregnante forza dei gesti: l'indimenticabile sequenza in cui la giovane principessa indigena (Q'Orianka Kilcher) si ripiega sofferente su se stessa cospargendosi il volto di cenere, intensa espressione di una densità funerea dell'animo che addolora il corpo e la memoria, prima di rientrare nella illimitatezza della vita, dello spazio, del tempo, della forza e della luce.
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