SPECIALE "The New World": "In lontananza... la luce"

Il cinema di Malick fa girare la testa per verificare quanta "terra promessa" manca ancora da conquistare e quanta luce ancora manca per non pensare al cinema come "cosa del passato".

"Che luce sia!", disse il Signore e Terrence Malick un bel giorno un seme piantò: nasce così la sottile luce che ancora ci lascia brancolare nel buio della sala, in quegli interminabili secondi di scuri che spengono non l'immagine ma il cinema. Perché vi è immagine piuttosto che niente? L'interrogativo ci lascia per un momento (o per sempre) senza risposta e spingiamo perché si varchi la porta d'ombra dell'immaginazione. La sorgente visiva non è l'essenza, e il divenire è importante. Malick arretra nel tempo per avanzare nella conoscenza: il viaggio alle sorgenti dell'immagine è compiuto con i nostri poveri occhi e le nostre povere parole. Malick tiene aperta la lontananza, difendendo la profondità. La lontananza è un mondo sempre "Nuovo", uno spazio in movimento che appare vicino ma si perde nella mente. Le età storiche si confondono con l'età del senso, l'età della fantasia, l'età della ragione. Malick prima ti fa sentire senza avvertire, poi ti lascia avvertire con animo perturbato e commosso, per poi giungere a riflettere con mente pura. Il nuovo mondo in realtà è rovesciato: è forse tra le siepi e i parchi londinesi, non è nel vento che si muove come un onda nel grano, un'onda che sembra viaggiare attraverso il campo senza che le spighe si stacchino dal suolo. Fra le immagini, noi spettatori e quel vento si erge una parola-schermo: l'arte. La bisillabica adescatrice costituisce nel cinema di Malick un ostacolo a qualsiasi delucidazione dell'immagine da scovare. Essa veste un artefatto di natura, un istante da essenza e un folklore da universale. La retorica sommaria dell'arte, bella menzogna, è però troppo onnipresente in questo cinema per essere elusa. La mano contro lo spirito, il buio contro la luce. Il Rinascimento li aveva a stento riconciliati: Malick ha captato le ombre dell'esistenza con una messa in forma d'impronta e un compromesso tra la creazione e la riproduzione. Impronte quasi immateriali, senza spessore né pesantezza, deposte quasi alla cieca su un materiali fotosensibile. La luce non disdegna né scrive. Conserva l'infermità in mezzo all'acqua piena di promesse, che destina all'impressione. Il cinema di Malick fa girare la testa per verificare quanta "terra promessa" manca ancora da conquistare e quanta luce ancora manca per non pensare al cinema come "cosa del passato". La fatica è alzarsi quando la luce artificiale del vecchio luogo/cinema sovrasta quella naturale del  nuovo mondo/cinema, quando il prossimo sbarco da sogni potrebbe essere lontano molte lune che scolpiscono le notti per estrarre la forma pura dalla massa di pietra grezza, il lato oscuro e carnale dell'immagine: la stessa faccia intelligibile del vero che va contemplato con l'occhio dell'interno. Malick resta il bruto del cinema e ci scaraventa nella natura malefica dell'immagine, si interpone tra il modello ideale e la sua emanazione visiva. Al contrario che nel passato, questa volta il suo cinema "insiste" a resistere più che "consistere" a resistere pur non parlando mai per il suo tempo e per nient'altro: addosso, sempre più intrisi d'immemorabile timore. Malick tiene aperta la lontananza, difendendo la profondità. La lontananza è un mondo sempre "Nuovo", uno spazio in movimento che appare vicino ma si perde nella mente. Il bruto del cinema capta le ombre dell'esistenza con una messa in forma d'impronta e un compromesso tra la creazione e la riproduzione.

 

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