SPECIALE "The New World": Black/out Malick

Presi singolarmenti, i fotogrammi del film sarebbero di enorme fascinazione. Ma ciò che sembra mancare è proprio il movimento. Eppure l'opera di Malick è un viaggio nello spazio e nel tempo. Stavolta però l'eccesso è diventato manierismo. Se questo è il nuovo mondo, si sta, al momento, meglio in quello vecchio.

No, non ci siamo impazziti. O forse sì. Pochi giorni prima dell'uscita in sala del quarto film di Terrence Malick, The New World, avevamo pubblicato una "foto del giorno" dicendo che la pellicola ci aveva lasciato perplessi. Qualche giorno dopo invece ha preso forma uno speciale ricchissimo in cui ha partecipato gran parte della squadra di "Sentieri Selvaggi" dove invece è emerso che il film non solo è piaciuto moltissimo, ma è stata quasi un'esperienza estatica, un viaggio in un altro mondo.

La ricchezza di "Sentieri Selvaggi" è anche qui. Nella divergenza di opinioni, nello scontro aperto. The New World, dentro la rivista, è stato amato da quasi tutti in modo incondizionato. Non ha raggiunto però quel consenso unanime di Million Dollar Baby di Eastwood. A pochissimi, veramente pochissimi, il film non è piaciuto.

Ho aspettato a scrivere su The New World. Per varie ragioni. Innanzitutto ho sempre amato il cinema di Malick e trovo che i suoi tre film precedenti (La rabbia giovane, I giorni del cielo, La sottile linea rossa) siano uno più bello dell'altro. Inoltre ho lasciato trascorrere del tempo per provare a far lavorare il film nella mente, per provare a cercare dei lampi che cambiassero il giudizio iniziale. Questo però non è avvenuto.

In effetti, dentro The New World, dei lampi ci sono, soprattutto in quella ambiuguità dove la vicenda, ambientata all'inizio del '600, può essere vista come una lunga proiezione onirica. Del sogno infatti il film di Malick ha questa mancata sincronia tra parola e immagine, questa immersione in uno spazio selvaggio dove i protagonisti sembrano inghiottiti. Però a The New World manca totalmente quell'ipnosi di La sottile linea rossa. Anzi, per certi versi, alcune immagini della natura, il modo di inquadrare la terra, l'aria, il cielo, l'erba, appaiono come frammenti/scarti del film precedente. Forse il rapporto tra The New World e La sottile linea rossa è lo stesso che c'era tra 2046 e In the Mood for Love di Wong Kar-wai. Entrambi i film sono realizzati a un'enorme distanza temporale l'uno dall'altro eppure per certi versi appaiono come dei prolungamenti dei precedenti.

Presi singolarmenti, i fotogrammi di The New World sarebbero di enorme fascinazione. Ma ciò che sembra mancare al film è proprio il movimento. Eppure il film di Malick è un viaggio nello spazio e nel tempo. Invece ogni inquadratura di The New World sembra specchiarsi nello sguardo dello spettatore, quasi ad ammirarsi, con effetti visivi anche forti che però appaiono come riproduzioni di Barry Lyndon nell'imponenza scenografica e di Rashomon nella maniera in cui lascia penetrare la luce dagli alberi. C'è un formalismo che congela il viaggio e l'esperienza e lascia dentro momenti di vuoto, di totale blackout. Malick era e resta un grande regista. Ha sbagliato un film. Capita a tutti, non c'è nulla di male. È una pellicola tutta di Malick The New World. Ma stavolta l'eccesso è diventato manierismo. Se questo è il nuovo mondo, si sta, al momento, meglio in quello vecchio.

 

I_CORSI_DI_CINEMA_DI_SENTIERI_SELVAGGI

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