HOME CINEMA: FAUST

E' attesa per settembre l'uscita in VHS e DVD, per la Eagle Pictures, dell'ultimo film di Brian Yuzna, ispirato a un fumetto di culto.

Faust è un progetto che Brian Yuzna inseguiva da lungo tempo e che ha infine realizzato per la neonata casa di produzione spagnola Fantastic Factory, da lui creata insieme a Julio Fernandez, patron della Filmax, piccola ma potente società di distribuzione catalana, ed è stato accolto dagli italici fans dell'horror con una certa freddezza. Se, infatti, la matrice fumettistica (l'opera omonima di David Quinn e Tim Vigil), ha collezionato polemiche, denunce e cambi di editore, forse ciò ha fomentato le aspettative a dismisura falsando la percezione del risultato.

Alfiere di un cinema testardamente indipendente e personalissimo nella elaborazione di un immaginario composito, che innesca su modelli di body-horror peculiarmente anni Ottanta invenzioni visuali degne di un Fellini o dei grandi surrealisti, infatti, Yuzna fa suo il fumetto originario riprendendone l'energia progressiva e la volontà refrattaria a qualsiasi diktat censorio.

Per questo Faust è prima di tutto un film virulento nella furia con la quale affastella omicidi e nell'empatia che riserva verso gli aspetti più marcatamente grandguignoleschi derivanti dalle imprese del suo protagonista John Jaspers, un pittore smanioso di vendetta per la morte della compagna (punto di partenza anche delle saghe del Corvo e di Spawn, spesso citate in parallelo) e che per intercessione di "M" (un moderno Mefistofele cui vende l'anima) diviene un anti/super-eroe dalle fattezze diaboliche e artigliate, una specie di Fred Krueger agli estrogeni. Un'icona da fumetto, appunto, con tanto di corna e mantello e che, nella sua progressiva presa di coscienza della trappola nella quale si è condannato (M infatti lo vuole rendere alfiere del suo potere temporale delegandogli l'onere del perenne sterminio), spinge Yuzna a dare il meglio di sé attraverso una lunga serie di visioni corporali (che rielaborano il modello di Society) portate sullo schermo con furia e sensualità (l'apporto conferito dalla compagna di M, la diabolica attrice Monica Van Campen, non è da sottovalutare) e grazie alle piacevoli "nefandezze" del sempre amabile Screaming Mad George. Il quale ancora una volta deve assecondare la visionarietà del regista, delirante ed eccessiva come in poche altre occasioni, e culminanti nel gran sabba finale di M, che è un continuo festival di situazioni visuali dove la logica dell'accumulo non è mai satolla dei risultati prodotti, ma cerca sempre nuove strade per stupire lo spettatore, secondo una logica di sense of wonder che retrodata il risultato tutto agli ormai lontani anni Ottanta.

Proprio da questa referenza diretta verso una classicità perduta dello splatter, oggi considerata desueta e avversata da una censura che, dopo essersi assopita per un decennio, ha ritrovato grinta e voglia di lavorare di forbici, Faust trae forza, ma mostra al contempo i suoi limiti: che sono quelli oggettivi di un'opera ormai fuori tempo massimo, un commovente amarcord di un cinema destinato necessariamente all'esilio dal grande schermo (e all'ospitalità del formato casalingo). Ma che affascina indiscutibilmente in virtù del suo entusiasmo e dell'energia che trasuda in ogni sequenza, dei raffinati giochi di colore, che elevano il rosso del sangue a sinfonici livelli di pura astrazione, pennellate d'autore che imbrattano l'immacolata tela di un mondo senza vita, un universo che di fatto ha venduto l'anima ai materialismi - loro sì - più diabolici. E in virtù di questo, Yuzna si conferma un regista resistenziale, che sottolinea con furore la sua estraneità ai dettami spersonalizzanti di un oggi in totale fuoricampo rispetto alla vita e alle emozioni. E lo fa col sangue, reso amaro dal fatto di essere l'ultimo, in un cinema che non lo accetta più.

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