"Baarìa", di Giuseppe Tornatore



La patina vecchista che riveste da sempre i film di Tornatore torna come la nenia fragile che lascia assopire l’ambizione di questo kolossal epico-popolare in grado di contenere cinquant’anni d’Italia nello specchio della Sicilia. Peccato che la difficoltà maggiore che si incontra di fronte a quest’opera è di trovare la Storia e le persone che l’hanno vissuta: limite piuttosto grave per un film che aspira all’affresco storico di ampie dimensioni

baaria tornatoreNon è certo un cinema di attese, quello di Giuseppe Tornatore: non tanto perché non è dato a noi spettatori attenderci qualcosa di diverso da quello che questo autore è solito darci, quanto perché – e questo è più grave – è lo stesso Tornatore a non aspettarsi più niente di nuovo dal suo cinema. Prendete Baarìa, che ha aperto la 66ma Mostra veneziana con prevedibile enfasi: non una sola immagine giunge inattesa da questo povero “kolossal”, non una traccia narrativa e nemmeno un personaggio… Tutto risponde alla chiamata di un cinema che vorrebbe essere classico, ma risulta solo sconsolatamente vecchio, incapace di conoscere la distanza estetica (critica, concettuale, visiva, ma direi anche pratica, tecnica…) che per esempio separava dalla classicità lo sguardo di quel Sergio Leone al quale pure Tornatore tanto aspira. Il ventre materno della Sicilia lo culla da sempre nella passione per un universo gattopardesco, disperso nel tutto cambiare perché nulla cambi, dove più o meno stanno tutti bene, cullandosi ora nella rabbia ora nella malinconia di quel perenne amarcord che in fin dei conti è la vera traccia poetica del suo cinema.

E infatti la patina vecchista che riveste un po’ tutti i film di Tornatore torna in Baarìa come la nenia fragile che lascia assopire l’ambizione kolossale dell’affresco epico-popolare in grado di contenere cinquant’anni d’Italia nello specchio della Sicilia. Tre generazioni di una famiglia di Bagheria, dagli anni Trenta agli Ottanta, dal Fascismo al Socialismo: in mezzo il Comunismo come grande sogno popolare, vissuto però più nell’idealismo delle sedi di partito che nelle reali speranze di riscatto del popolo…  Peppino, il protagonista, è figlio di un pastore e questi cinquant’anni della sua vita ce/se li racconta nella parentesi di un sogno ampio come l’intero film (come fosse il Noodles di De Niro), sognato dietro la lavagna del castigo di una maestra fascista. L’arrivo degli americani, la scelta tra monarchia e repubblica, il succedersi delle stagioni in un paese che non cambia mai davvero, mentre il nostro eroe tiene fede al suo fervore comunista e sposa la donna che ama senza mai tradirla.

Baarìa persegue tutto questo con sincerità (questa no, non è da mettere in dubbio), ma lascia la lucidità in ostaggio alla malinconia di un narrare fragile nella sua affabulazione scontata. Il quadro è ampio ma lo baaria tornatoresguardo è stretto: la difficoltà maggiore che si incontra come spettatori di Baarìa è di trovare la Storia e le persone che l’hanno vissuta, limite piuttosto grave per un film che aspira all’affresco storico di ampie dimensioni. Trovi piuttosto i colori della non esaltante fotografia di Enrico Lucidi, diafani di una luce memorialistica che rende romantica la vita vissuta, mentre Tornatore ondeggia tra l’approccio corale e il bisogno di definire un protagonista che immagina un po’ come un ritorno al futuro del Nuovo Cinema Paradiso. Solo che in Baarìa all’immaginario cinematografico va a sostituirsi l’immaginario storico e sociale, e il problema è proprio questo, perché alla fine dei conti il film tradisce giusto la prospettiva storicistica nella tentazione, pienamente accettata da Tornatore, di disegnare figurine stereotipate: tutti – i comunisti, i fascisti, i mafiosi, i poveracci – sono messi in scena senza superare mai la soglia del luogo comune, senza cercare una verità che non sia quella plastica del presepe laico. Il livellamento è totale e neanche la simpatia che prova per il suo eroe – un comunista idealista piuttosto che ideologico – salva il film dal rischio di piacere persino a Berlusconi…

Perché poi Tornatore si ritrova a gestire meglio l’insieme che il particolare, più attento alla luce generale della memoria, intesa come grande serbatoio di immaginario, che al chiaroscuro dei ricordi reali; capace di provare simpatia per i personaggi, i luoghi, le epoche narrate, ma tutto sommato incapace di far giungere il dettaglio dell’emozione, la sostanza dei sentimenti che cerca di raffigurare. Per non dire della radicale incapacità di metaforizzare, di astrarre la storia nell’assoluto dell’immaginario più reale della realtà, come farebbe Marco Bellocchio.

 

Regia: Giuseppe Tornatore

Interpreti: Francesco Scianna, Margareth Madé, Nicole Grimaudo, Angela Molina, Lina Sastri, Salvo Ficarra, Valentino Picone, Luigi Lo Cascio, Enrico Lo Verso, Nino Frassica, Laura Chiatti, Michele Placido, Vincenzo Salemme, Giorgio Faletti, Corrado Fortuna, Paolo Briguglia, Leo Gullotta, Beppe Fiorello, Luigi Maria Burruano, Monica Bellucci, Donatella Finocchiaro, Marcello Mazzarella, Raoul Bova, Gabriele Lavia, Sebastiano Lo Monaco, Tony Sperandeo

Distribuzione: Medusa

Durata: 150'

Origine: Italia/Francia, 2009

 

 

 

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Sono presenti 5 commenti
  1. Non ho visto il film ma solo il trailer, e mi è bastato.<br />Sembrava uno spot del Mulino Bianco.

    Inviato da stellet licht il 05/11/2009
  2. UN MODO MOLTO SOTTILE DI GRIDARE ALL' ITALIA, CHE DOPO 70 ANNI STA ANCORA DORMENDO, ATTACCATA/I A CIÒ CHE ERAVAMO E CHE SIAMO TUTT' ORA E CHE DIFFICILMENTE POTREMMO CAMBIARE SE.......

    Inviato da ANGELO il 27/09/2009
  3. semplicemente meraviglioso. ottima l'interpretazione di francesco scianna bravissimo.

    Inviato da aureasolare il 27/09/2009
 

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