"Io loro e Lara", di Carlo Verdone
L'attore e regista romano, con sincerità e sorprendente arguzia metafilmica, mette a nudo tutto se stesso in un personaggio interamente costruito sull'identità verdoniana di oggi. Un'identità che forse sente di perdere la comunicazione e i legami col mondo esterno, ma trova in questa dispersione una libertà di racconto che mancava da tempo
Inizia con immagini di paesaggi africani che nel loro documentarismo televisivo suonano forse già come dichiarazione programmatica l'ultimo film di Verdone, che per ambienti e personaggi sembra essere uno dei suoi lavori più sinceri e personali dai tempi di Compagni di scuola, Al lupo al lupo e Maledetto il giorno che t'ho incontrato. Tornato in Italia dopo una lunga esperienza come missionario, Padre Carlo vorrebbe ricongiungersi con la famiglia e ritrovare un po' di serenità. Purtroppo, però, tra un padre innamorato di una badante moldava, un fratello cocainomane (Marco Giallini, impagabile) e una sorella altrettanto distratta (Anna Bonaiuto, bravissima come sempre) le cose non sembrano andare per il meglio. La faccenda si complica poi con l'entrata in scena di Lara (Laura Chiatti), bella ragazza con un segreto da custodire.
Un po' come nell'eccessivo, dolente, forse non del tutto compreso Grande grosso e Verdone, l'attore e regista romano mette a nudo tutto se stesso in un personaggio interamente costruito sull'identità verdoniana di oggi. Un'identità che forse sente di perdere la comunicazione e i legami col mondo esterno. Ecco che il suo Don Carlo elemosina attenzione, sbanda, alza la voce e ascolta gli altri, prova a metter giù monologhi spezzati, a recuperare per un attimo vecchie citazioni (Borotalco, Acqua e sapone) ma è "fuori dal giro". Nega a se stesso l'amore che tutti si aspettano, e nel cinema di Verdone togliere al suo personaggio l'innamoramento significa inevitabilmente farlo morire un po'.
Tutto il film di Verdone sembra allora soprattutto una sorta di training formativo finalmente senza un centro. Messa in mostra autobiografica di ossessioni e moduli di scrittura (e recitazione) dove i riferimenti al privato e al proprio cinema suggeriscono un ripensamento in nome di una libertà (e umiltà) che gradualmente abbandona i freni. Il film è controllato, certo, ma allo stesso tempo libero di prendersi i suoi tempi e le sue derive, come l'incredibile, dilatata e inaspettata sequenza con la Finocchiaro, deus ex machina televisivo che si rivela risolutore e "liberatorio", o anche quella - ricca di gag - del pranzo con gli assistenti sociali, altro piccolo "film nel film". C'è cuore in quest'ultimo Verdone, che al cinismo equilibrato e non sempre simpatico di alcuni film del passato, sembra preferire la malinconia della costruzione comica, o meglio la malinconia che si palesa nella messa a fuoco del meccanismo comico. La stessa immagine finale, speranzosa e sorridente, è a tutti gli effetti allestita, suona esplicitamente artificiosa e teatrale, come se gli unici sogni verdoniani possano trasfigurarsi in un rapporto riconciliato con la finzione/vita della sua messa in scena, lasciando forse presagire nuovi lidi metafilmici ancora inespolorati.
Regia: Carlo Verdone
Interpreti: Carlo Verdone, Laura Chiatti, Anna Bonaiuto, Marco Giallini, Angela Finocchiaro
Distribuzione: Warner
Durata: 113'
Origine: ITA 2009
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