"Twilight", di Catherine Hardwicke
L’intrattenimento per adolescenti come obiettivo esclusivo non spiega l’aspetto più pesante dell’essere statunitense della regista, ovvero il fastidioso atteggiamento superficiale e semplificatorio nei confronti delle pratiche culturali. E le panoramiche pseudospettacolari non rimediano a uno sguardo sull’adolescenza che persiste nel suo essere falsato e sovrastrutturato – lontano ma senza oggettività, vicino ma senza dramma
Amori mancati, oppressione adolescenziale, attrazione per la morte. Amori impossibili, scontri di culture, radici di leggende. Sacralità del (giovane) corpo, famiglie che esplodono, forza gravitazionale dell’ignoto. C’è probabilmente tutto questo nel romanzo cult-adolescenziale firmato dalla giovane scrittrice Stephenie Meyer. Catherine Hardwicke, nell’adattarlo per il grande schermo, fronteggia una sfida golosa in termini di risonanza mondiale, forte dei suoi film di/per adolescenti (Thirteen, Lords of Dogtown e, in un certo senso, lo stesso Nativity). L’unico modo per spiegare la stanchezza di due ore di pellicola quasi senza emozioni, senza sangue né domande, appiattite sulla superficie degli splendidi volti dei protagonisti Bella/Kristen Stewart (Into the wild, What just happened) e Edward/Robert Pattinson (Harry Potter e l’ordine della fenice), è un making picture completamente votato al target (statunitense), costruito per non sprofondare mai nel cuore di tenebra del contesto, nei baratri di potenziale conoscenza o presa di coscienza che i semi della storia potevano far esplodere (forse, con le mani di un altro regista). Solo così si spiegano i primi piani che riempiono almeno la metà del film, strettamente teso alla venerazione estetica e alla cattura di ogni increspatura erotico/emozionale; solo così si spiega una sceneggiatura calligrafica che riecheggia troppo scopertamente, tanto nei dialoghi quanto nei tempi, la scrittura da romanzo. Per non parlare di una scena di partita di baseball che, mutante quanto gli emo-vampiri (buoni e protettivi, sensibili e vegetariani), diventa coreografico videoclip. Ma l’intrattenimento per adolescenti come obiettivo esclusivo (nel senso che esclude, castra, impedisce al pensiero di prendere forma) non spiega di certo l’aspetto più pesante dell’essere statunitense della regista, aspetto già presente in Nativity: ovvero il fastidioso atteggiamento superficiale e semplificatorio nei confronti delle pratiche culturali, là la religione, qui i nativi amerindiani. E non spiega neanche la consueta megalomania della Hardwicke – un cinema che qui abbandona il determinismo di Thirteen ma non rinuncia mai alla ricerca dell’effetto visivo, tanto pensato e realizzato in grande, quanto sempre fuori luogo, e qualche volta di livello che sfiora l’amatoriale. Panoramiche spettacolari e movimentate non rimediano a uno sguardo sull’adolescenza che persiste nel suo essere falsato e sovrastrutturato – lontano ma senza oggettività, vicino ma senza dramma.
Regia: Catherine Hardwicke
Interpreti: Kristen Stewart, Robert Pattinson, Billy Burke, Nikki Reed, Ashley Greene, Peter Facinelli
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 110'
Origine: USA, 2008
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