Richard Yates. Sempre sia disturbata la nostra quiete
Quella civile, urbana simulazione di coerenza che in parte viene messa in scena tutti i giorni dagli ingranaggi che rendono possibile una società civile, una sorta di curiosa loggia massonica multiforme, tentacolare, la cui protervia è potenzialmente senza fine. La sua ossessiva celebrazione di una possibilità ordinatrice dell’universo, la sua incapacità di farsi carico dei tumulti del cuore umano, più nero e selvaggio proprio quando si sforza di strapparsi dalla gabbia toracica e volare alto, è proprio quella la quiete pubblica che Yates viene a turbare. La nostra illusione di quiete – la nostra acquiescenza. Il nostro cuore di bestia ingorda. Un profilo dell'autore di Revolutionary Road (1961)
Disturbo della quiete pubblica. È il titolo di un romanzo del 1975 di Richard Yates, quello che A. M. Homes, una delle tante perle, ma contemporanee, della scuderia di Minimum Fax (che non sarà mai abbastanza benedetta per la pubblicazione dell’opera completa di Yates, questo cantastorie di fallimenti) nella sua prefazione definisce il preferito, perché più aspro di tutti. Quella civile, urbana simulazione di coerenza che in parte viene messa in scena tutti i giorni dagli ingranaggi che rendono possibile una società civile, una sorta di curiosa loggia massonica multiforme, tentacolare, la cui protervia è potenzialmente senza fine, viene in parte respinta a calci e singhiozzi nascosti in anonime stanze da bagno di uffici, in parte subita e nutrita in salotti al bourbon, dalle tende chiare. La sua ossessiva celebrazione di una possibilità ordinatrice dell’universo, incapace di farsi carico dei tumulti del cuore umano, più nero e selvaggio proprio quando si sforza di strapparsi dalla gabbia toracica e volare alto: è proprio quella la quiete pubblica che Yates viene a turbare. La nostra illusione di quiete – la nostra acquiescenza. Il nostro cuore di bestia ingorda.
La sua voce viene dagli anni passati eppure futuri come un manufatto straziante e letale, fabbricato in altri pianeti, e la frantuma, questa pace fittizia, senza rasoio, senza effetti digitali, e senza urlare, voce dal timbro roco e toccante, ma discorsivo, e insieme inesorabile quanto la telefonata che annuncia l’esito degli esami e l’invadenza della malattia nei giorni apparentemente uguali. “Uscire di qui?”
si chiede uno dei falliti poco adorabili della famiglia Yates, John Wilder, dalle speranze prosciugate a colpi di mazza medievale, che cade di passo in passo, di asfalto newyorchese in ospedale psichiatrico, di ospedale in terrore domestico, e di nuovo in ospedale, in terapie occupazionali. Revolutionary Road (1961, ed. it Minimum Fax, 2003/2009), ora sullo schermo per Sam Mendes, è stato il primo: i non conformisti (titolo della prima edizione italiana, per Garzanti, 1964) si dibattono nella rete, ma quando si apre uno spiraglio, per caso, sono già privi di forze: Frank e April i commedianti! Sospesi sul palco rabbuiato della loro relazione eternamente rappresentata, contestatori solo di sé stessi, fabbricatori operosi della propria schiavitù, un giorno si osservano allo specchio, o dentro lo sguardo dell’amante, dell’amato, un minuto di troppo, e si scoprono nient’altro che mistificatori. L’amore. Distrutto dalla distruzione di sé stessi. È troppo. Sempre, nei libri di Yates, se non sono la morte, la follia, lo sguardo infine incapace di specchiarsi in alcunché ma fisso nel vuoto, verrà comunque il peggio: un’infelicità porosa da indossare sulla pelle, una flatulenza grottesca e
impudica impossibile da mandar via a furia di sventolare quotidiani, bollette, improbabili sogni di successo e deodoranti per ambienti, una serie di abbracci da ultimo appiglio, patetici tentativi di rifiuto, uno stringersi nelle spalle, un accentuarsi di una smorfia, una bellezza maliziosa che si trasforma quasi miracolosamente in insopportabile goffaggine, e quello spirito della scala, le cose non dette che volevamo dire, che ci affiorano sulle labbra solo quando ci siamo chiusi la porta alle spalle, uno spirito che Yates è unico, definitivo nel descrivere.
L’addetto alle radiografie Richard Yates che in The Easter Parade (1976; ed. it. Easter Parade, Minimum Fax, 2008) getta lo scandaglio nello stesso sangue di due sorelle, donne, ma dovremmo dire cose umane, dove il sesso è un’aggravante casomai, mai più vicine, mai più distanti, cogliendo miracolosamente le più soavi vigliaccherie, i gesti più infinitesimali e ordinari se colti nell’attimo in cui vengono trattenuti, piangere, vomitare, rifiutare, accettare, vestirsi, spiare un’amante, spiare una moglie, spiarle tutte e due senza comprendere, spiare il grigiore, il pallore, tutti i colori del non provare nulla, le finestre della sera, nelle quali crediamo di indovinare una vita più furiosa e avvincente della nostra. Ma a guardar bene, scivola fuori dalle imposte quella stessa quieta disperazione che proviamo. E tra questi documenti, queste
prove d’esame con gli organi esibiti grazie ai raggi X, visse (morendo decine di volte, da animale morente) Yates (1926-1992). Alcolici e nicotina e una feroce depressione non furono banalmente stimmate di guerra da scrittore maledetto, e neppure gli impedirono di scrivere un unico grande romanzo intriso di amaro disprezzo per il romanzesco che cerchiamo senza saperlo vivere, lucido, spezzato e tuttavia compatto, che anche nelle dieci pietre fulgide di Eleven Kinds of Loneliness (1962; ed. it. Undici Solitudini, Minimum Fax, 2006) la storia integrale, uncut, della pietà di un individuo, di uno Scrittore, privo di pietà per sé stesso, che scrive la bibbia americana, universale, della nostra viltà, della nostra ricerca d’amore, laddove - si sgrida teneramente bukowski in niente canzoni d’amore – “eterna risorge sempre la speranza, come un fungo velenoso”.
Le foto sono di Gregory Crewdson.
-
@el berto: infatti credo che per gente come yates davvero vivere e scrivere fosse tutt'uno, e in ambedue i casi esporsi alla verità non è indolore: provoca ustioni.
Inviato da margherita il 19/02/2009 -
un titolo che è un capolavoro e un articolo che scava nell'anima dei libri e in quella di un autore che attraverso la scrittura (e la sofferenza della propria esistenza) è riuscito a mettere in scena le ipocrisie di un intero stile di vita.
Inviato da el berto il 07/02/2009 -
@paolo: sì, cinema, letteratura e storie per immagini,come quelle che crea Crewdson, appartengono in fondo allo stesso campo di battaglia. ci torneremo.
Inviato da margherita il 04/02/2009
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