"Terminator Salvation", di McG
McGinty sembra guardare a un immaginario codificato, trasformando l’apocalisse in una sorta di deserto western, un immenso scenario polveroso, percorso non più da cavalli selvaggi, ma dalle macchine di domani. Ne viene fuori un film ibrido come la storia e i personaggi che racconta, un mondo sospeso tra passato e futuro, in cui lo sguardo coglie, sotto la patina metallica di un colore desaturato fino all’inverosimile, i segni di un universo conosciuto
A sei anni di distanza da Terminator 3 di Jonathan Mostow, ecco finalmente il quarto, annunciatissimo, capitolo della leggendaria saga ideata da James Cameron nel 1984. Primo film di un’altra trilogia del ‘futuro’, un costo di ben 200 milioni di dollari, intricate vicende di diritti, nuove ambientazioni e protagonisti, dopo l’abbandono ‘politico’ di Arnold Schwarzenegger (incredibilmente ‘clonato’), il cast delle grandi occasioni (tra gli altri Helena Bonham Carter e Bryce Dallas Howard), la conferma degli sceneggiatori John D. Brancato e Michael Ferris, la scelta di un regista discusso e discutibile come Joseph “McG” McGinty Nichol (Charlie’s Angels, Charlie’s Angels più che mai). Il presagio di un disastro. Ma...Dopo un prologo ambientato nel 2003, si piomba nel 2018, all’indomani del disastro nucleare provocato da Skynet e dal suo esercito di macchine. L’umanità è in rovina, ma gruppi di resistenza si organizzano un po’ ovunque. Il leader riconosciuto è il profeta John Connor (Christian Bale), figlio di Sara Connor, nemico giurato dei terribili Terminator. E, come sempre, le linee temporali si curvano e s’intrecciano in una dimensione dalle coordinate non più certe. Compare una nuova incredibile macchina, innestata nel corpo di un condannato a morte, Marcus Wright (Sam Worthington, guarda caso protagonista dell’atteso Avatar di Cameron). Un Terminator inconsapevole, un ibrido programmato per consentire la cattura e l’uccisione di John Connor e di Kyle Reese, futuro o passato padre dell’eroe, l’uomo che incarna la speranza di una nuova vita dopo il disastro.
Se è vero che con Terminator “Cameron apre nuove porte alla percezione dell’immagine cinematografica e lo fa in una storia che fa dello spazio un luogo della velocità”, McGinty, invece, sembra guardare a un immaginario codificato, trasformando l’apocalisse in una sorta di deserto western (il film è girato in New Mexico), un immenso scenario polveroso, percorso non più da cavalli selvaggi, ma dalle macchine di domani. E lo stesso attacco alla centrale di Skynet diventa un assalto al forte, in cui la strategia cede il posto alla fierezza disperata dei ribelli. Ne viene fuori un film ibrido come la storia e i personaggi che racconta, un mondo sospeso tra passato e futuro, in cui lo sguardo coglie, sotto la patina metallica di un colore desaturato fino all’inverosimile, i segni di un universo conosciuto. Come se la catastrofe fosse cosa di ieri, di oggi. Ma è proprio da quest’atteggiamento di sospensione che nascono le incertezze del film. Se in Terminator 3, “l’etica della sopravvivenza messa in scena da Mostow va ben oltre la lotta e la metamorfosi dei suoi corpi-oggetti per assumere le proporzioni di un conflitto epico e universale”, Terminator Salvation sembra continuamente dibattersi tra una dimensione terrena e politica (la resistenza, la meccanica applicata alla società) e un’aspirazione messianica, tra l’elegia e l’epica. Forse bisognerebbe prestar fede a quelle voci di una collaborazione allo script di Jonathan Nolan e Paul Haggis. Vale a dire uno sceneggiatore di testa e uno di cuore che s’incontrano e si scontrano. A farne le spese è soprattutto il personaggio scostante e cupissimo di John Connor, un Christian Bale che, nonostante tutto, appare ancora imprigionato nei panni dark di Batman. Irrimediabilmente fuori gioco, fuori dal film. Ad agitare le passioni resta solo Marcus Wright/Sam Worthington, cuore umano che batte all’impazzata sotto la corazza di metallo, segno di un cinema che rivive e palpita tra le pieghe di una fredda macchina spettacolare. Titolo originale: Id.
Regia: McG (Joseph McGinty Nichol)
Interpreti: Christian Bale, Sam Worthington, Bryce Dallas Howard, Helena Bonham Carter, Anton Yelchin, Moon Bloodgood, Common, Roland Kickinger
Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia
Durata: 115’
Origine: USA/Germania/Gran Bretagna, 2009
Sono presenti 3 commenti
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Come si potrebbe non essere d'accordo con questa recensione? "Ibrido" è proprio l'aggettivo adatto per questa opera pomposamente annunciata, che non ha nulla a che vedere con i suoi illustri antenati. Ibrido, inefficace, trasparente come Bale. Non basta immergere la pellicola nell'oscurità per suggerire il senso di minaccia. Non basta la pseudo storia d'amore per dare un cuore a chi non ce l'ha. Un'apocalisse mancata!
Inviato da Giovanna il 16/06/2009 -
Bella recensione. Anche a me aveva colpito questa teoria dell'ibrido, forse l'aspetto più interessante del film. Ed è strano che il vero antieroe del film sia proprio questo corpomacchina che si ribella al suo destino, fino a sacrificare il proprio cuore per l'eroe umano. Che anche il film abbia sacrificato il proprio cuore alla fredda macchina del cinema spettacolare?
Inviato da Alessio 77 il 09/06/2009 -
Le incongruenze di questo T4 sono veramente troppe. Passi per la totale mancanza di riferimenti alla serie tv The Sarah Connors Chronicles, ma il film è in contraddizione con il suo stesso trailer... La battuta di Connors "Skynet sta duplicando tessuti umani" è infatti scomparsa dal montaggio finale, benchè fosse l'unica a spiegare quanto viene scoperto nella base sotterranea all'inizio del film... Inoltre, in un futuro in cui nessuno parla più (o ancora) di viaggi nel tempo, che senso ha salvare quello sfigato di Kyle Rees e sprecare attorno a questo inutile evento un'ora di film ? Il resto lo abbiamo già visto in Matrix e nei vari Mad Max... Peccato, un'occasione sprecata...
Inviato da Fabrizio il 08/06/2009
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