COLONNE SONORE - "Terminator Salvation"
La partitura musicale di Danny Elfman per il quarto Terminator può sembrare fredda e poco appagante nella fase di ascolto, eppure a tratti riesce a suggerire una nuova liturgia postapocalittica, immergendo l’enfasi della carne con sonorità stridenti che sono il controcanto della fabbrica e del metallo
Danny Elfman è uno dei compositori più importanti emersi nell’ultimo ventennio a Hollywood. Straordinario creatore di atmosfere dark e favolistiche, sempre contraddistinte da un’orecchiabilità in larga parte riconducibile alla propria formazione pop, ha legato il suo nome allo stile visionario di cineasti del calibro di Tim Burton, Sam Raimi, Brad Silberling, in un certo qual modo indirizzando il proprio lavoro verso il filone antinaturalistico. Nessun altro musicista sembrava quindi più adatto di lui nel rilanciare la saga di Terminator con questo quarto capitolo firmato dal non affidabilissimo McG. In realtà il percorso compiuto negli ultimi anni da Elfman era stato contraddistinto da un’intensità drammatica interessante e artisticamente originale, inaugurata dai chitarrismi ipnotici e quasi minimalisti di The Kingdom di Peter Berg e proseguita con l’eterogeneità composita, libera e raffinata del recente Milk (per cui il compositore americano ha peraltro ricevuto la quarta nomination all’Oscar). In questo crescendo artistico e sperimentale la partitura di Terminator Salvation arriva, a una prima analisi, a recitare la parte del “brutto anatroccolo”, del lavoro su commissione poco ispirato e prettamente alimentare.Il brano d’apertura Opening è già di per sé indicativo dell’apparato strumentistico e tematico utilizzato da Elfman. Un incedere percussivo e marziale mescolato a sonorità industriali che identifica i due poli identitari attorno ai quali ruota Terminator Salvation: l’eroismo militaresco rappresentato da John Connor e la natura cibernetico-alientante di Marcus Wright. Filologicamente consapevole e funzionale alle concitate sequenze del film (Hydrobot Attack, Marcus enters Skynet, Final confrontation), il lavoro di Elfman denuncia a tratti forse fin troppi debiti con le ciclicità perpetue e di raccordo del duo Newton Howard-Zimmer del Batman nolaniano e rimane sostanzialmente un prodotto di mestiere, senza guizzi, tutto sommato in linea con l’intero progetto realizzativo soggiacente al film di McG. Un’operazione a un primo impatto complessivamente fredda, corretta ma poco appagante nella fase di ascolto – eccezion fatta per le sezioni più intimiste, come gli arpeggi chitarristici latineggianti di Broadcast e soprattutto Freeside – ma dove a suo modo Elfman riesce a suggerire una nuova liturgia postapocalittica, qua e là immergendo l’enfasi della carne con sonorità stridenti che sono il controcanto della fabbrica e del metallo.
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