"The Informant!", di Steven Soderbergh
Film discontinuo e schizofrenico come il suo protagonista, l’ultimo di Soderbergh è il riflesso di un cinema che, nonostante le apparenze, continua a essere neutro e impersonale, ambiguo, comprensibilmente sospetto, ma anche sempre più sottilmente politico
Dopo il fluviale Che, Soderbergh torna in America con un film targato Warner, interpretato dall’amico fidato Matt Damon e prodotto da George Clooney. Un ritorno a casa, in territori meno rischiosi e più vicini alla classicità di film come Erin Brockovich. Ispirato a una vicenda realmente accaduta nei primi anni novanta, The Informant! racconta la vicenda paradossale di Mark Whitacre, dipendente di una multinazionale dell’industria agroalimentare, che improvvisamente decide di denunciare per frode i suoi colleghi senza lo stralcio di una prova. Entrata in ballo l’FBI, Whitacre diventa loro informatore dapprima convincendoli delle sue buone intenzioni, poi finendo con il collezionare menzogne e truffe da milioni di dollari. Una volta scoperto lo strampalato progetto, Mark ne risponderà alla giustizia. Apparentemente accomodato nel tranquillo benessere borghese del lavoratore americano, Mark Whitacre è uno psicotico la cui voce narrante sin dall'inizio non fa che elencare beni di consumo, statistiche, improbabili progetti di carriera, una specie di interminabile compendio dei desideri borghesi dell’americano medio che ne denunciano immediatamente una patologia endemica figlia della contraffazione. La schizofrenia del protagonista come metafora di una nazione allo sbando, fondata su strutture politico-economiche interamente rette sulla virtualità – la stessa di cui sono intrise le soffiate e le confessioni a oltranza del protagonista.
Sulla carta poteva sembrare una di quelle pellicole “alimentari” e impersonali del regista americano, eppure in realtà The Informant! è un film pienamente riconducibile alla (non)poetica soderberghiana, dove le continue menzogne schizofreniche del protagonista fanno il paio con quelle di un cineasta discontinuo, ossessionato dalla costruzione di un’autorialità inesistente e riconoscibile solo se esplicitamente negata nel segno di un programmatico filmaking. Quello di Soderbergh è un cinema che, nonostante le apparenze, continua a essere quindi neutro e impersonale, ambiguo, comprensibilmente sospetto, ma anche sempre più sottilmente politico. A lasciare perplessi stavolta semmai è non tanto la proverbiale freddezza del suo cinema, quanto l’incertezza tra i toni (non sempre aiutati dalla sarcastica partitura musicale simil-funky di Marvin Hamlisch, notevole e spiazzante), l’ambiguità formale che sospende questa storia di denaro, menzogne e cecità istituzionale tra la commedia e il biopic spionistico. E a farne le spese è soprattutto la macchinosità della prima parte, dove si fa fatica a entrare nell'intreccio e in atmosfere che sembrano provenire direttamente da certo cinema anni sessanta. Eppure è innegabile la lucidità con cui Soderbergh racconta questa America minata da complotti e false piste, dove tutti sono colpevoli e follemente visionari, alla ricerca di un sogno americano che continua a essere l’immagine evanescente di una società che pur di non rinunciare a se stessa non fa altro che accumulare le piccole gag involontarie di uomini ridicoli.
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