CANNES 59 - "Hamaca Paraguaya", di Paz Encina (Un Certain Regard)

Si parla di silenzio, del silenzio del tempo, silenzio verso il quale converge la solitudine, la tristezza : lunga e interminabile ricerca del senso della vita. Tutto questo o niente di tutto questo riguarda il sorprendente esordio al lungometraggio della trentacinquenne paraguaiana Paz Encina.

L'ultimo film girato in 35mm in Paraguay e' uscito nel 1970: un film basato sulla guerra della Tripla Alleanza e interamente approvato dal regime dittatoriale del presidente Alfredo Stroessner, allora al massimo del suo potere. Dopo il silenzio, o di piu', dopo il silenzio del tempo, il silenzio verso il quale converge la solitudine, la tristezza, una lunga e interminabile ricerca del senso della vita. Come provano o si lasciano provare dallo spazio, due anziani isolati nel mondo, con un figlio in guerra, lontano, troppo lontano. Il cinema di Paz Encina non scorre, soffre dell'attesa di qualcosa che dovra' prima o poi sovvertire l'ordine delle cose. Poche inquadrature, lontane troppo lontane dai corpi, qualche volta piu' vicine, solo una volta vicinissima, ma mai con il volto pieno verso di noi speranzoso che qualcosa accada: che possa piovere per ricominciare a sperare, che possa smettere di abbaiare il cane sperando che non sia presagio di sventura, che si possa finalmente tornare a casa, mai vista ma solo agognata. E' cinema altro: si e' dentro/oltre il cinema stesso. Al centro l'amaca che sembra da sola, tra un albero e l'altro un sorriso nel bosco, poi quando si piega sotto il peso dei due corpi tristi si tende e si mimetizza nell'assenza di dialoghi e nell'assenza di dondolio e di riposo. Plumbeo e' a volte lo schermo che piano piano si fa sempre piu' scuro, con il passare dei minuti che per lo spettatore sembrano ore interminabili. E' il fuori dell'inquadratura che sembra che non viene mai del tutto escluso, che esiste e si annuncia, come nel cinema degli Straub/Huillet. La prova piu' ardita e' coniugare la densita' e il valore del testo, in questo caso non letterario, non complesso, ma semmai contorto, reiterato, con la misura necessaria, quasi fisica, incontrollabile a dispetto di qualunque rigore, dell'adattamento visivo. Le labbra di quei corpi, fuori/dentro il bosco dove l'amaca si apre, sono sempre immobili, ma e' il pensiero a tagliare il tempo che passa solo grazie alla luce che muore, ma alla quale ci si abitua lentamente, senza traumi. La tensione di ogni immagine, il taglio delle scene, sempre a staccare su quel colore del cielo straniante, ci lascia soli in un luogo senza tempo e senza nome, panoramica di un mondo che potrebbe essere a qualunque punto del suo (non) esistere.

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