CANNES 59 - ''Les amitiés maléfiques'', di Emmanuel Bourdieu (Semaine de la Critique)

La sezione apre con un film francese dello scenografo di Desplechin. Ma la partenza e' nulla, da rifare. Quando la scrittura da nobile malattia diviene strumento malefico di potere, quando la teoria non trova la pratica e la parola perde i fatti, nasce il compromesso, il canale rigido del controllo o dell'inutilita'.

La sezione dedicata alle opere prime apre con un film francese del regista Emmanuel Bourdieu, Les Amaties malefiques. Tre giovani studenti e amici frequentano l'universita' con il sogno di fare gli scrittori o gli attori di teatro. Tra di loro c'e' André, brillante e intraprendente pigmalione del gruppo, il maître a' penser, l'impresario, il confidente, il faro. Tutti subiscono la sua influenza, soprattutto Eloi, impacciato e introverso ragazzo con una madre famosa ed eccentrica scrittrice. Tutta questa sicurezza di André viene sconvolta quando arrivera' la prima grande delusione. Il titolo non e' altro che il simbolo dell'epilogo, di un monologo teatrale che raccoglie tutte le esperienze di vita di Eloi che sapra' farsi largo e riscattarsi da una condizione di subordine. Baurdieu ha debuttato al cinema come scenografo con Arnaud Desplechin, per Ester Kahn ed e' stato collaboratore anche di Valeria Bruni Tedeschi per E' piu' facile per un cammello... Parallelamente e' stato anche autore teatrale. Il suo retroterra professionale e culturale si sente, si vede, lo fa pesare: il linguaggio e' marcatamente aulico e i dialoghi esplicitamente devoti alla poesia e alla letteratura classica. Tra continue citazioni e rimandi intellettuali, il cinema di Bourdieu assume da subito una patina di perversa raffinatezza, complessato dall'ossessione di primeggiare e di calibrare accademicamente la caratterizzazione dei personaggi. Quando la scrittura da nobile malattia diviene uno strumento malefico di potere, quando la teoria non trova la pratica e la parola perde i fatti, nasce il compromesso, il canale rigido del controllo o dell'inutilita'. E' proprio questo che ci si chiede alla fine del film: era proprio necessario il trionfo di un ordine stabilito, del giovane allievo che supera il maestro allo sbando, che si nasconde per non mostrare le proprie debolezze. In fondo, il pretesto e' sempre la scrittura ma resta solo il pre-testo del cinema ancora acerbo ed esageratamente autoreferenziale. Ci si chiede il perche' non piu' il come del comando, di questa testarda, assurda e presunta superiorita' che non riesce neanche a scalfire il cinema, solo ad irritarlo.

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