CANNES 59 - Tra l'amore e la morte: "Volver", di Pedro Almodòvar (Concorso)

Dentro quest'ultima pellicola del regista spagnolo si avvertono i segni della costruzione melodrammatica che la fanno diventare molto, anche troppo densa ma proprio per questo non divampante come altri film soprattutto nel modo in cui filma il dolore. È come se ci fosse una barriera tra lo sguardo del cineasta e la vita delle sue protagoniste.

I diversi stadi del dolore: l'amore, la morte, la malattia. Dentro Volver questi sono presenti proprio come in alcuni dei più intensi ritratti al femminile del cineasta spagnolo come Il fiore del mio segreto e Tutto su mia madre. Sembra esserci in questo senso un lavoro specifico sui corpi delle tre protagoniste femminili, dove il dolore sembra proprio costruito sui gesti, sugli sguardi, sulla parola. L'azione si svolge a Madrid ma i fondali degli interni (come il ristorante) o di un esterno di una panchina dove Agustina (Penelope Cruz) e sua madre Irene (Carmen Maura) parlano a cuore aperto. In questa scena il modo d'illuminare e di guardre lo spazio della scena appare come un derivato teatrale, elemento questo che ha spesso caratterizzato il cinema del regista spagnolo. Ma in Volver, rispetto ad altre opere migliori di Almodòvar, si avvertono i segni di questa costruzione melodrammatica e il ritorno dell'impatto emozionale appare meno prorompente rispetto alle previsioni.

Al centro della vicenda ci sono tre donne. Agustina è sposata a un'operaio e ha una figlia adolescente; sua Sorella Sole (Lola Dueñas) che si guadagna da vivere come parrucchiera; sua madre Irene, apparentemente morta in un incendio e invece riapparsa dopo molti anni. L'improvvisa presenza di quest'ultima raggela spesso le forme del melodramma orientando Volver nelle zone sospese tra il comico e il grottesco dei primi film realizzati negli anni Ottanta. L'autentico spirito irriverente di quelle pellicole è però smorzato a favori di meccanismi più tradizionali come quello della ripetizione; si ripete infatti più volte la scena dove Sole (a cui è apparsa la madre prima della sorella) alza la voce ogni volta che vede Agustina per consentire a Irene di scappare. La ripetizione torna anche a livello narrativo, con gli effetti di un omicidio insabbiato (il marito e il padre di Agustina) ma anche nell'uso di quei colori forti, accesi, volutamente 'irrealistici' della fotografia dell'esperto direttore della fotografia José Luis Alcaine, che ha già collaborato con il cineasta spagnolo per Donne sull'orlo di una crisi di nervi, Legàmi e La mala educación. La ripetizione, non a caso, coincide proprio con il 'ritorno', quel 'ritornare' del titolo che è proprio la traduzione di Volver.

In questa struttura narrativa e visiva complessa, gli effetti di sparizione/comparizione di Irene appaiono come una specie di gioco, prima ambiguo effetto di una soggettiva/allucinazione, poi con il corpo che prende consistenza e diventa una specie di identità da nascondere. Forse il riferimento cinofilo è sempre Mankiewicz; se in Tutto su mia madre il modello dichiarato era quello di Eva contro Eva, qui in Volver Almodòvar sembra guardare a quegli effetti fantasmatici di Il fantasma e la signora Muir dove la presenza improvvisa di Carmen Maura ha la stessa funzione destabilizzante di Rex Harrison nel film di Mankiewicz. Dentro Volver le forme del melodramma cinematografico ritornano anche con la citazione di Bellissima o con la scena in cui Agustina canta nel suo ristorante la canzone che da il titolo al film, momento che forse richiama la scena alla trattoria con Modugno che canta di Adua e le compagne di Pietrangeli. È quindi un film molto, anche troppo denso Volver. Ma questa sua densità gli impedisce di esplodere, di divampare. C'è una scena di un incendio in televisione. Ma poi tra il fuoco e l'azione c'è lo schermo. Ecco, il film di Almodòvar sembra vittima proprio di questo effetto schermo, come se ci fosse un'altra barriera tra lo sguardo del regista spagnolo e la vita delle sue protagoniste.

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