CANNES 59 - ''The Hawk is Dying'', di Julian Golberger (Quinzaine des Réalisateurs)

Era molto atteso, dopo il grande successo ottenuto al Sundance, il nuovo film scritto e diretto da Julian Golberger (autore di ''Trans'', nel 1999). Dolorosamente il regista non alza mai la macchina al cielo, non segue mai il volo libero, resta a terra, nella terra della provincia americana che sta morendo.

Era molto atteso, dopo il grande successo ottenuto al Sundance, il nuovo film scritto e diretto da Julian Golberger (autore di Trans, nel 1999). The Hawk is Dying (Il falco sta morendo), con Paul Giamatti, e' l'altra faccia della provincia americana, dell'indipendenza spesso obbligata, spesso legata, troppe volte temuta. A Cannes gli indipendenti statunitensi hanno sempre avuto grande spazio, molte volte ancor piu' dei nomi di maggiore richiamo, ed e' per questo che la Croisette apre spiragli vitali per provare a scendere nel profondo cuore del paese piu' temuto perche' sempre meno esplorato. Trasposizione assai complessa dell'omonimo romanzo del ''sudista'' Harrey Crew, scritto nel 1973, girata in Florida, la terra del regista, allievo di Truffaut, Monte Hellman (anche lui a Cannes dopo tanti anni con un corto non ancora passato) e Bresson. Un uomo, proprietario di una rivendita di auto usate, e' sempre piu' infastidito dalle persone, vive con la sorella e il nipote autistico. Con quest'ultimo ''condivide'' la passione per gli uccelli e soprattutto per i rapaci. Vanno insieme a caccia per catturarli e provare ad addomesticarli. Dopo vari tentativi andati a vuoto (finiti sempre con la morte dell'animale), resta impigliato nella loro trappola un falco bellissimo. Il rapace che sta morendo e' come una parabola che precipita, non plana, ma si schianta sui sogni, sull'esistenza dei folli e degli esclusi. Come Cassavetes che lasciava scorrere ininterrottamente la verita' per scongiurare di afferrarla e Antonioni che la subliminava nei silenzi e nei vuoti, Golberger si muove tra le ombre della notte, negli  amorfismi cromatici delle stanze e nella luce a volte accecante del risveglio. Sogno e trans, sulla stessa linea, sperimentalismo visivo che si concede anche splendide intuizioni per gli occhi mai posati stancamente. La provincia della Florida e' certamente un luogo ambiguo, artificiale, ma non e' soltanto un laboratorio asettico di grandi (la maggior parte anziani) elettori, cascina di corpi boccheggianti e mutilati dal deserto circostante: c'e' ancora qualcuno che, se pur dolorosamente isolato, cerca il contatto tendendo tutto il braccio, non solo la mano, per farsi addomesticare, farsi accompagnare nella natura, tra gli istinti che non ingannano. I paesaggi desolati e piatti, la ferocia claustrofobica e soffocante di Trans, si possono superare,  si puo' anche rinunciare alla retorica pseudo-intellettuale di certi autori americani buoni soltanto a sbeffeggiare o a congelare tutto dall'alto in un quadro senza sfumature. Golberger non alza mai la macchina al cielo, non segue mai il volo libero, resta a terra, nella terra: il suo rapace e' a guinzaglio, sfiora il suolo, ma non e' prigioniero, non e' di nessuno, resta di se stesso, testimone del dominio che l'uomo cerca vanamente fino al risveglio, fino a quel traumatico e destabilizzante attimo gia' passato, gia' rimosso. Quando lo spazio e' immenso, ti chiudi o ti perdi, Golberger segue il cammino a ritroso:  ai suoi corpi che avanzano indietreggia e si muove per trovare gli angoli da condividere tra l'uomo e la bestia, nel desiderio di liberarsi dalla temibile voracita' dell'ipocrita comprensione.    

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