CANNES 59 - "Bug", di William Friedkin (Quinzaine des Réalisateurs)

Probabilmente tra gli eventi piu' attesi di questa edizione, il ritorno del geniale regista statunitense. "Bug"e' un'opera sconvolgente, nevrotica e psicotica, che oltre a costruire castelli/set in area, vi ci abita: ma sa essere anche terribilmente borderline senza scivolare definitivamente nella retorica ideologica e politica.

Il ritorno e' sconvolgente, assolutamente destabilizzante: dall'alto, la ripresa di una free-way desolata e, al centro, un piccolo motel. La m.d.p. si avvicina e plana lentamente e, arrivata dinanzi alle camere, non prosegue, c'e' uno stacco, l'immagine si blocca inquadrando dall'esterno il fabbricato. Fantastico frammento di genialita' che lascia fuori lo sguardo, non lo fa entrare come avrebbe sognato Hitchcock, sospende per sempre i due mondi: la nevrosi della vita quotidiana e la psicosi del sociale, della politica. Sospende ma non divide: e' sconvolgente la forza di costruire castelli in aria, ma allo stesso tempo quella di abitarci, risarcendo l'affitto, come farebbe chi conosce la fragilita' umana e la temporaneita' della vita del/al cinema, come farebbe chi ha vissuto anche sulla propria pelle quella certa ineluttabilita' dell'esistenza. Bug e' il capolavoro che non ti aspetti, come gli insetti che non ci sono, ma rodono la percezione, ormai terra mercificata e terrorizzata. Un uomo solitario arriva all'hotel e entra nella stanza e nella vita di Agnes, una donna distrutta dalla scomparsa dieci anni prima del figlio e da una relazione ormai finita ma che continua a perseguitarla. Il telefono squilla continuamente, Agnes e' spaventata e sente di potersi fidare di questa nuova conoscenza, di quest'uomo impacciato e riservato dal passato oscuro. Inizia una relazione sentimentale che presto pero' portera' alla distruzione della coppia, preda della piu' allucinante e catastrofica schizofrenia. L'uomo seduce con le sue storie e il suo approccio timoroso: fara' preda del suo disturbo Agnes, precariamente in equilibrio. La paranoia e' al centro, strane echi e ingannevoli sirene ideologiche e politiche sembrano rituonare nella stanza dei miracoli, luogo (quasi) unico prediletto dove il movimento e' interno/interno esterno/esterno, come nei capolavori precedenti, The Birthday Party (tratto da Harold Pinter) e The Exorcist. A proposito di teatro, anche Bug e' tratto da una pièce, quella di Tracy Letts e l'apparato scenico sembra trovare proprio il contatto della diretta, in cui gli insetti immaginati scatenano in noi crisi di prurito. Altro indizio, altra traccia lasciata: nella prima scena si sente l'elicottero utilizzato per girare la scena dall'alto. E'un rumore flebile che lentamente durante il film prende piede fino a trasformarsi nella piu' colossale allucinazione uditiva. Quell'elicottero gira perennemente sul motel: e' Friedkin o la polizia che sta cercando l'uomo misterioso scappato dall'ospedale psichiatrico? Se fosse Friedkin sarebbe come rivelare il suo cinema, equilibrista del cinema d'azione e matematico dell'horror splatter, che prepara la formula, raccoglie i dettagli, vaglia la dimostrazione, procede per errori, non conosce la certezza del risultato ma la sicurezza della scoperta. Se fosse Friedkin esorcizzerebbe tutto il cinema, non soltanto il suo, muovendosi su una linea borderline senza mai scivolare definitivamente nella retorica ideologica e politica, del fuori/dentro, del male e del bene.

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