CANNES 59 - Scatti sentimentali/fotografici tra la Turchia e New York
Continua a deludere il livello del concorso. In competizione è stato presentato "Iklimler" del cineasta turco Nuri Bilge Ceylan, esempio di un'autorialità vecchia e marcia. In "Shortbus" di John Cameron Mitchell, proiettato fuori concorso, il sentimento e la sessualità sono come frequentemente filtrati dall'intellettualismo.

Non si riesce a ricordare un inizio così sottotono del festival di Cannes, soprattutto per quanto riguarda la competizione. Forse è un'annata di crisi, forse alcune produzioni hanno puntato su Venezia, ma al momento i film del concorso continuano a deludere. Anche il cineasta turco Nuri Bilge Ceylan, vincitore del Gran Premio della giuria a Cannes nel 2003 per Uzak realizza con Iklimler un'opera di un'autorialità esibita ma il suo cinema appare vecchio e marcio. Al centro della vicenda c'è un uomo, Isa (interpretato dallo stesso regista), legato a Bahar. I due però litigano e si separano. Isa decide di rivedere una donna del passato prima di tornare da Bahar. I due però non riescono a comunicare. Il clima del titolo si riferisce a una metamorfosi visiva all'interno della pellicola. Si comincia con l'estate e si finisce con l'inverno, in mezzo a una distesa gelata dove i due protagonisti si rivedono. I piani di Iklimler cercano di intrappolare lo stato di disagio nel rapporto tra i due personaggi (la discussione a casa di un amico) oppure lasciano progressivamente esplodere una scena di sesso tra Isa e l'altra donna. Si vede però che il cineasta turco ha uno stesso approccio visivo in quando sembra mostrare le mutazioni tra i rapporti umani nella stessa maniera in cui rappresenta quelle atmosferiche. Già Uzak aveva insospettito nel suo approccio più fotografico che cinematografico. Con Iklimler questa propensione è ancora più accentuata. Se nell'opera precedente il personaggio principale era un fotografo, anche in quest'ultimo film il protagonista ha con sé una macchina fotografica. Si vedono così immagini di Bahar vicino una colonna, di un tassinaro sullo sfondo di una chiesa. Il cinema di Nuri Bilge Ceylan è un'aritmetica fusione di corpi e spazi, di paesaggi e di fenomeni atmosferici, come il temporale sullo sfondo e l'areo che arriva con la nce. Come se non bastasse, c'è un'autoreferenzialità in cui si sente il pianto di Bahar che inizia nell'inquadratura precedente e in quella successiva si vede lei che sta interpretando un' attrice che sta piangendo proprio davanti alla tomba del padre. Quindi cinema nel cinema, quando già non c'è cinema al primo livello. E quando il regista turco cerca quelle rarissime strade alternative, come nel momento in cui mostra l'incubo di Bahar con Isa che le riempe la faccia di sabbia, da l'impressione di deragliare del tutto.

Fuori concorso è stato invece presentato Shortbus opera seconda di John Cameron Mitchell dopo Hedwig (2001). Stavolta il regista non è il protagonista principale come nel film precedente ma è dietro la macchina da presa per rappresentare un mosaico di vita newyorkese dove i diversi personaggi vengono visti nella loro vita sessuale e sentimentale. Sofia è una sessuologa che non ha mai raggiunto l'orgasmo e simula da anni di raggiungere il piacere con suo marito Rob. Conosce Severin, una maitresse dominatrice e cerca di farsi aiutare da lei. James e Jamie sono invece due compagni che cercano di aprire la loro relazione a un terzo ragazzo, Ceth. Gran parte di questi personaggi si incontrano allo Shortbus, luogo dove l'arte e il sesso si confondono. E forse sono proprio i momenti ambientati in questo luogo d'incrocio che appaiono quelli più vivi nel film, in cui si vede lo sguardo del cineasta capace di confondersi in quel flusso sentimentale/orgiastico/sessuale/culturale capace di trasformarlo quasi in un luogo magico. C'è una scena vibrante che è quella in cui Ceth si avvicina a un uomo anziano che è stato sindaco di New York e diventano per un istante vicinissimi sullo sfondo di un brano melodico. Nel momento in cui esce da quello spazio Shortbus perde gran parte dell'effetto del suo delirio visivo, mostrando giochi erotici anche divertenti ma anche di comicità di bassa levatura, oppure entrando nei drammi privati dei protagonisti quasi cercando di voler entrare in profondità nelle loro vite e creando invece l'effetto opposto, quello di un cinema che appare molto meno sofferto di quanto magari lo è in realtà proprio perché filtrato dai meccanismi di uno sguardo tradizionale, o peggio, apertamente intellettuale. C'è la riflessione sull'America post-11 settembre, su un voyerismo fatto di 'immagini rubate', di gadget utilizzati quasi come giochini da film demenziale o quadretti da commedia sentimentale. In Hedwig c'era un'imperfezione dovuta anche al fatto che Mitchell era entrato completamente nel cuore di quel film. Shortbus probabilmente è anche più ambizioso, più pensato, più lineare. Ma alla fine, decisamente meno riuscito.
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