CANNES 59 - Il presente delle radici sradicate...
Se pur manca ancora la grande visione, c'e' comunque quel cinema asiatico (tagliato quest'anno) che rinuncia al totale o totalizzante e trascina squarci di impassibile tragedia quotidiana. A proposito di ''Serambi'' dell'indonesiano Garin Nugroho e di ''Unforgiven'' del coreano Yoon Jong-bin, nella sezione ''Un Certain Regard''.

Al momento, penuria di grande cinema e scarsa presenza asiatica al festival. Coincidenza o uno malefico presentimento che questo sia un anno di transizione? Sfogliando il programma, girando per le sale, discutendo con gli appassionati e la critica, non resta che aspettare, speranzosi, la seconda parte del festival e la seconda parte del 2006, in attesa di Linch, De Palma...
Tra l'esigua rappresentanza asiatica, probabilmente gli unici due titoli, entrambi nella sezione ''Un Certain Regard'', che mettono radici nel tessuto socio-politico per interrogare il presente, sono: Serambi dell'indonesiano Garin Nugroho e Unforgiven del coreano Yoon jong-bin. Frontalmente e trasversalmente, i due autori superano l'astrazione di maniera facendoci ''familiarizzare'' con le terre dalle quali provengono. Cinema che aiuta a pensare attraverso le cose, non al di sopra, quello di Nugroho (a Cannes nel 1998 con il bellissimo Foglia sul cuscino), il piu' importante regista dell'arcipelago indonesiano. Serambi (porta della Mecca) e' un docu-fiction (nel 2002 ne fece un altro splendido, sulla richiesta d'indipendenza della Paupasia, dal titolo La storia dell'uomo uccello) sulla tragedia del dicembre 2004 che ha devastato le coste tra le piu' belle al mondo. Lo tsunami e' un oceano di corpi, rifiuti, case, che coprono l'acqua dell'azzurro ''lapislazzuli''. E' l'onda che del presente che sradica radici, che ti costringe a ricominciare daccapo, da dove pero' non eri ancora arrivato. Nugroho ricostruisce le tragedie umanedi un guidatore di ''becak'' (il riscio' indonesiano), due studenti e una ragazza della provincia di Aceh, importante area in cui e' nato il movimento rivoluzionario di contrapposizione al governo ufficiale. Come tutto il suo cinema, anche questa opera rappresenta una scheggia infilzata tra l'abitudine e il pregiudizio dello sguardo occidentale. E' un'esplorazione della disintegrazione di un popolo in ginocchio, convogliando realta' e finzione per la ricerca dell'identita', indagando la tradizione, le idiosincrasie, il passato. Ogni inquadratura, se pur a volte estetizzante, se pur a volte didattica e didascalica, svela temporalita' diverse: il suo cinema e' rarefazione e pressione del tempo; tensione fra le immagini che fissano l'unicita' dell'esistenza e lo scorrere delle ''lancette'' sopra queste stesse immagini. Il passare della vita ''attraverso'' l'arte o il movimento essenziale di uscita dell'arte da se stessa, verso la vita e il suo costante rientro in se stessa.

L'unico candidato asiatico alla Caméra d'Or e' l'esordiente coreano Yoon Jong-bin, con Unforgiven (Gli imperdonabili), che denuncia le violenze fisiche e psicologiche della vita di leva nel suo Paese. In realta', il film e' una sorprendente e lucida riflessione sulle dinamiche del potere o presunto tale, sulla temibile e nefasta condizione gerarchica da cui il nostro mondo non sfugge, ma trova riparo. La storia e' quella di un giovane al servizio militare che vede subire, e subisce egli stesso, i soprusi dei coetanei ''superiori''. Lentamente e senza rendersene conto, il ragazzo, salendo di grado, assume lo stesso atteggiamento di cui e' stato vittima e non puo' evitare il tragico suicidio di un suo subalterno. Il regista ventottenne ha la capacita' (da tenere d'occhio sicuramente) di non lasciare che il suo film venga inglobato nel magma del melodramma, ma trova il sentiero della fredda ricostruzione a salti cronologici, della ripresa essenziale e matura, scorporata da ogni forma di spettacolarizzazione. Taglia lo spazio, esaspera le inquadrature, non cerca (o non trova) la pulizia dell'immagine, gira due ore con la cadenza del racconto minimalista, con lo sguardo maturo di un autore gia' capace di muoversi tra i punti morti della visione, di fronte ai quali non restiamo impassibili, immunizzati. Cinema che aliena l'ambiente rappresentandolo. Non c'e' mai una ripresa totale e totalizzante, ma solo squarci di impassibile tragedia quotidiana.
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