CANNES 59 - "Anche libero va bene" di Kim Rossi Stuart (Quinzaine des realisateurs)
Rossi Stuart è bravo a "scavare" dentro i suoi attori, a lavorare incessantemente alla costruzione di un cinema in bilico fra dramma familiare, pamphlet "sociale" e Bildungsroman dei nostri giorni.

È un esordio bruciante e curioso quello di Kim Rossi Stuart dietro la macchina da presa. Un film pieno di corpi, parole, scoppi di passione e vuoti d'ira. Una pellicola che odora della pelle di questi personaggi che compongono un quadretto familiare dei nostri giorni: una strana koinè attraversata da silenzi, urla, momenti di affetto e grida di disperazione; un "buco nero" delle passioni che Rossi Stuart tenta di guardare con occhi da bambino, modulando i sentimenti interiori dei protagonisti sulle frequenze ottiche di un figlio appena cresciuto in cerca di affetto, di punti di appiglio esistenziali e di una stabilità emozionale che, sequenza dopo sequenza, appare solo come un lontano miraggio.
Rossi Stuart è bravo a "scavare" dentro i suoi attori, a lavorare incessantemente alla costruzione di un cinema in bilico fra dramma familiare, pamphlet "sociale" e Bildungsroman dei nostri giorni; ogni inquadratura è sapientemente calibrata sugli umori e le psicologie claustrofobiche di una famiglia che assomiglia sempre più ad un piccolo universo concentrazionario. Mentre gli attori - a partire dallo stesso Rossi Stuart e da Barbora Bobulova fino ai giovanissimi Alessandro Morace e Marta Nobili - sono tutti in ottima forma e ben calati nei personaggi. Eppure qualcosa non va in questa opera prima: come se, quasi paradossalmente, proprio la sapiente miscela di registri e l'attenzione quasi maniacale dello script più che liberare i corpi degli attori contribuiscano a tenerli imprigionati fra le griglie di immagini codificate e poco vitali. Capita così raramente di imbattersi in autentici sprazzi di vita cinematografica visitando gli spazi e le atmosfere di Anche libero va bene; si respira poco fra queste inquadrature che, pur coraggiose nell'oggetto rappresentato, diventano improvvisamente pavide e stereotipate nell'avvicinare la materia pulsante che si annida fra ogni sequenza. Tutto appare in equilibrio, in una perfetta sincronia che però non riesce a scalfire la superficie di un cinema un po' troppo convenzionale e vicino alle coordinate estetiche di tante pellicole italiane. Alla fine la sensazione è quella di un esordio riuscito a metà: ottimo nella costruzione dei personaggi e della storia, ma poco efficace nell'allestimento della messa in scena.
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