CANNES 59 : ''Bamako'', di Abderrahmane Sissako (Fuori Concorso)
Inventarsi la giustizia sembra essere l'unico cammino che l'Africa e' destinata a percorrere. Nel tribunale ricostruito in cortile, Sissoko ''invade'' la pluralita' enunciatrice, rinuncia ad indicare semplicemente il passo e fa sentire la sua presenza, alla ricerca spasmodica del dialogo continuamente interrotto.

Inventarsi la giustizia sembra essere l'unico cammino che il continente africano e' destinato a percorrere. Sissako, mauritano, gira a Bamako (Mali) il suo atto d'accusa. Tra i registi piu' amati del continente nero, autore di capolavori sullo sradicamento e l'esilio, quali La vie sur Terre e En Attendant le Bonheur, Sissoko mette sotto processo la sua terra e le istituzioni finanziarie internazionali che dominano. Lo fa inventandosi il tribunale in un cortile, intorno al quale continua a scorrere la vita del villaggio, tragica e quotidiana. Questa volta non si tratta di spaesamento: e' voler giudicare parallelamente il cosiddetto aggiustamento strutturale che il popolo africano riceve da anni dall'occidente. La corte di giustizia e' la corte di tutti i giorni, dove i corpi attraversano il processo. Da una parte la societa' civile e dall'altra i poteri forti: cinema che documenta con veri avvocati e un vero giudice. Tutti testimoni, non solo coloro che rispondono dinanzi al giudice, ma anche chi entra in campo, quasi incurante di quello che succede, con un bambino in fasce. Non c'e' sentenza finale, il processo e' infinito, ha un inizio (quando comincia il film siamo gia' in tribunale) ma non trova una conclusione. Esigenza assoluta di essere cinema politico gia' nella sua rarita' di film africano: azione destabilizzante, se pur retoricamente ridondante, ma essenzialmente un bisogno. Non e' un documentario, non e' fiction, ma soprattutto frammenti di storia, di passione e di provocazione: bellissima la ''gag" western in cui i cowboys sono neri (tra di loro c'e' il grandissimo Danny Glover e il regista Elia Suleiman) e dove si mostra quanto la colpa dello stato in cui versa la terra piu' a sud non sia soltanto dell'occidente. Sembra che il cinema di Sissako (ma anche quello di altri registi africani, tra cui Ousmane Sembene) simboleggi la critica del ''nuovo'' solo a parole, quanto del ''vecchio'' tribale. Sissako e' progressista e al tempo stesso tradizionalista, didattico, ma sempre alla scoperta di nuove estetiche. Pero' non e' solo cinema di denuncia, dicotomico oppositore di vecchio/nuovo, tradizione/occidentalizzazione, e' cinema di ambigua implosione, viscoso riverbero globalizzante (tutto il mondo nella corte) di esseri che ridono e piangono nella stessa immagine; e' cinema della parola, del suo peso ideologico, ma anche del suo storico fallimento. Quando scorgi l'uso consapevole del campo-controcampo, dell'intrusione video per esaltare l'autenticita', cresce ancora piu' forte la sensazione che Sissako voglia invadere la pluralita' di quelle voci enunciatrici, rinunciando ad indicare semplicemente il passo e facendo sentire la sua presenza alla ricerca spasmodica del dialogo continuamente interrotto.
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