CANNES 59 - "Marie Antoinette" di Sofia Coppola (Concorso)
Opera sospesa, densa di soggettive fulminanti ma anche di attraversamento continui che creano sempre quello scarto tra l'ambientazione storica e la dimensione visiva e sonora che portano ad uno stato di ipnosi ma anche sognante. La Coppola, al suo terzo film, ha già una straordinaria identità. Decisamente il miglior film del concorso.

Sembra sospeso in aria Maria Antonietta, terzo lungometraggio di Sofia Coppola dopo Il giardino delle vergini suicide e Lost in Translation dove continua ad esserci quello scarto tra il corpo e l'ambiente, quella dimensione in cui sembrano generarsi vortici che portano ad uno stato di ipnosi ma anche sognante. Le luci di Tokyo di Lost in Translation sono come riproiettate come fasci troppo chiari dentro Maria Antoniette creando già quella prima frattura tra l'ambientazione storica e una dimensione visiva che appare senza tempo. L'illuminazione, come nel film precedente, è infatti sempre di Lance Acord, ed è attraverso la collaborazione con il suo direttore della fotografia che la Coppola riesce a creare magiche manipolazioni, prorompenti effetti di stordimento. Il secondo elemento di frattura invece è la presenza di una colonna sonora che crea una specie di deplacement con brani contemporanei come Natural's Not In It dei Gang of Hour o Plainsong e All Cat's Are Grey dei Cure. In questo volontario sfasamento tra immagine e musica, Marie Antoinette appare vicino al lavoro che fece Ken Russell con Listzomania in cui venne portata sullo schermo la storia di Franz Listz attraverso il corpo di Roger Daltrey del gruppo dei The Who.
La vicenda riprende tangenzialmente quella di Maria Antonietta che a 14 anni lasciò L'Austria, il proprio paese per andare in Francia. In realtà il film di Sofia Coppola è la vicenda dell'ingresso di un'adolescente di una società codificata e ostile dove ognuno osserva e giudica. Marie Antoinette è una pellicola piena di sguardi puntati su una figura, quella della protagonista interpretata da una bravissima Kirsten Dunst che già aveva lavorato con la regista in Il giardino delle vergini suicide, in cui le traiettorie dehli occhi esterni creano come una specie di trappola su di lei. Da questo punto di vista nel film c'è quindi una doppia convergenza di visioni su uno stesso corpo, quello esterno di chi guarda e quello interno degli altri personaggi. Basta la scena che si ripete del risveglio di Maria Antonietta in cui la protagonista vede attorno a lei la presenza di numerose donne della corte di Francia. Ma oltre a questo "doppio sguardo" la Coppola trasforma le abitudini e i riti della società dell'epoca come la battuta di caccia, l'ascesa al trono, la vita di Versailles in una specie di luoghi/azioni da attraversare, con un movimento volteggiante, danzante fatto di attraversamenti continui come le porta che segna il passaggio dall'Austria alla Francia, tra il vecchio mondo e il nuovo mondo. Questi percorsi continui, dove i personaggi sembrano quasi essere sopra il terreno e perdere consistenza - ed è anche per questo che in Maria Antonietta riesce a risultare sorprendente anche la ripetizione di un rito (la protagonista che, a letto, cerca spesso di fare sesso con il marito per poter avere un figlio) - portano il cinema della Coppola paradossalmente vicino a quel balletto volante, senza tregua di Arca russa di Sokurov dove la Storia viene ripercorsa da una traiettoria puramente cinematografica capace di creare il proprio tempo, di condensarlo e dilatarlo allo stesso tempo. Ci sono dentro Maria Antonietta delle soggettive fulminanti in cui quel mondo si vede attraverso gli occhi della protagonista. Ma sempre attraverso quelle soggettive si sente addosso quella ricerca di euforia, di piacere che rappresenta ancora un attraversamento, segno riconoscibile di una cineasta che al suo terzo film ha già una sua incredibile e straordinaria identità, e che riesce a far muovere gli attori (come Jason Schwartzman nel ruolo di Luigi XVI, di Rip Torn in quello di Luigi XV, di Judy Davis nei panni della contessa di Noailles ed Asia Argento in quelli della Contessa du Barry) come figure a metà tra le marionette e le proiezioni oniriche, quindi totalmente imprevedibili. In un concorso ancora deludente, un potentissimo raggio di luce.
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