CANNES 59: "Fantasma", di Lisandro Alonso (Quinzaine des Réalisateurs)
Lisandro Alonso sembra gia' essere diventato un regista cult tra i giovani alla ricerca del minimalismo cinico e onirico, delle lunghe e spasmodiche sequenze, trasudanti arcaiche verita'. Ma il suo cinema, a volte, resta una trappola immobile e senza respiro, mimetizzata nel fantasma della deformita' mancata.

Lisandro Alonso sembra gia' essere diventato un regista cult tra i giovani alla ricerca del minimalismo cinico e onirico, delle lunghe e spasmodiche sequenze, trasudanti arcaiche verita'. Trentunenne regista argentino, anche aiuto regista di Pablo Trapero, e' al suo terzo lungometraggio, dopo Los Muertos del 2004 e La Libertad del 2001 (entrambi presentati a Cannes). Il suo cinema sembra viaggiare tra spazio e tempo, così come se ne fa esperienza viaggiando: si ha sempre la sensazione di qualcosa di illusorio e illusionistico ma quando si torna dal viaggio non si sa mai con certezza se davvero si e' stati via. Fantasma e' l'evoluzione di Los Muertos (vincitore a Torino nel 2004), il ritorno dei morti riviventi. Il suo attore (o cavia) feticcio e' sempre Argentino Vargas, che arriva a Buenos Aires. Ha un appuntamento al cinema dove proiettano l'anteprima di Los Muertos. Attende che qualcuno gli vada incontro, in attesa nella hall, ma dopo aver aspettato invano decide di avventurarsi da solo. Il cinema e' in un grande palazzo di dieci piani e Vargas, che non ha mai visto un film, sembra non aver mai preso neanche l'ascensore, sembra essere fuori dal mondo, tra bagni, scale e atelier. Trova finalmente la sala dove lui e' il protagonista e "vive" quel film insieme alla maschera del cinema e ad un'appassionata accorsa proprio per conoscerlo. La maschera lo fissa insistentemente durante la proiezione ed anche dopo: cerca il contatto che non trova, come se il cinema avesse alzato un muro nero e rumori/suoni roboanti e sincretici opprimenti gli sguardi. Estraniante anche lontano dalle foreste, dalle strade lunghe e desolate, dai calmi fiumi dei film precedenti. Il cinema e' al servizio di Vargas, prima morto e poi fantasma, che attraversa lo spazio scorporato dagli istinti animaleschi, ma carico di un "dettagliato'' massimalismo: succede tutto quello che e' gia' presente tra i labirinti e le stanze del palazzo e non serve altro che (s)piazzare la macchina. Laboratorio meccanico che non prova a vivisezionare i suoi corpi, il cinema di Alonso e' una trappola piazzata negli angoli o al centro, immobile e senza respiro, per mimetizzarsi e svanire tra le radure contaminate della narrazione, sempre in sospeso con il tempo, fuori gioco, che stavolta perde anche l'ultima speranza di rianimare vite in balia di un velo bianco vanamente/vagamente animato. Occupare il nulla e' l'ispirazione, complicare il tutto e' la maledizione. Cortocircuito che attrae, come quando, consapevoli, sentiamo pesare le immagini che stentano a lasciarti, per non voler liberarti e liberarle dal fantasma della deformita' mancata. Ecco, quindi, che l'occhio del regista ha biosogno della macchina, non puo' farne proprio a meno: resta "distante" e scalfisce soltanto la fisicita' del disagio.
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