CANNES 59 - Salvate il soldato Aïcha: "Indigènes", di Rachid Bouchareb (Concorso)
Ancora un film debole in Concorso. Il film (applaudito in sala) del regista francese di origini algerine non va oltre un'onesta ricostruzione storica che sembra pero' voler fare il verso a Steven Spielberg. Ma naturalmente manca la dimensione del sogno/incubo lungo una vita, freddato sul ricordo della pietra dei morti martiri.

1943. Quattro uomini del Maghreb, per toccare il suolo francese, quello della presunta Madre Patria, devono passare per la guerra, la seconda guerra mondiale. Infatti sono chiamati alle armi e dovranno cacciare il nemico tedesco varcando l'Italia e la Provence. Sono 130.000 gli altri ''indigeni'' assoldati nell'armata francese e pochi riusciranno a cavarsela. I quattro protagonisti finiranno a difendere un villaggio alsaziano contro il battaglione nazista. Il regista francese di origine algerina, riprende un periodo storico fondamentale per la Francia del ventesimo secolo: quello di tutti quegli uomini che hanno combattuto per il Paese colonizzatore e che in seguito faranno la storia di questo Paese. Il film (applaudito in sala) e' sinceramente un'onesta ricostruzione che sembra pero' voler fare il verso a Steven Spielberg. Sia la scena iniziale che quella finale sembrano essere espliciti richiami a Salvate il soldato Ryan. C'e' la scena dello scontro con il fronte nemico, non uno sbarco, ma comunque un voler abbracciare tutto il campo di battaglia in un'unica e ambiziosa inquadratura che lascia per la verita' solo squarci di espressivita' televisiva. Mai lo sguardo sembra legarsi ai corpi buttati al macello, li lascia liberi di scorazzare, incurante del dolore, delle pene e del tormento. Prova a catturare le emozioni con primi piani didattici e accademici, troppo scolastici per poter essere catapultati tra le linee di scontro ed essere preda delle esplosioni, delle grida, di carne che anche semplicemente vibra. C'e' poi, il finale rivelatore, dove Spielberg sembra materializzarsi insieme all'unico superstite della spedizione che ormai invecchiato, dopo sessanta anni, va a fare visita ai suoi compagni morti, nel cimitero militare in Alsazia. Ma naturalmente manca la dimensione del sogno/incubo lungo una vita, freddato sulla pietra dei morti martiri. Bouchareb non voleva fare un documentario e alla fine c'e' riuscito: ha mantenuto una linea che ripassa dal contesto storico per piombare nell'intimismo di maniera. Ha provato il percorso corale, spalmando il dramma tra quattro africani, perche' l'Africa non e' una sola. Il cinema potrebbe essere un istante d'incontro se solo le luci in sala fossero accese, altrimenti al cinema e' difficile poter pretendere la scoperta se manca l'esploratore. Questo cinema cristallizza anche la denuncia, non la libera: le lettere dei soldati africani che vengono censurate dal comando, gli atti di razzismo celati all'interno dello stesso esercito francese, quella voglia di mostrare gli africani venuti da lontano, pronti a morire lontani dalla loro terra, sono evanescenti affreschi smuoventi le coscienze solo quando ti accorgi di aver assistito ad un'occasione mancata. Quella insistita ''scopertura'' ad ogni sequenza, che parte con la panoramica del campo di battaglia prima della battaglia, che dal bianco e nero diviene a colori, semplicemente rimuovendo un velo in dissolvenza, e' la prova della leggerezza che diviene superficialita'. Ancora un film debole in Concorso.
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