CANNES 59 - "Ho la sensazione che la bellezza risieda nella bruttezza e nella sgradevolezza", incontro con Paolo Sorrentino.
Due anni dopo Le conseguenze dell'amore, il regista italiano Paolo Sorrentino ritorna in concorso al Festival di Cannes con il suo terzo lungometraggio, L'amico di famiglia interpretato dall'attore napoletano Giacomo Rizzo.

Due anni dopo Le conseguenze dell'amore, il regista italiano Paolo Sorrentino ritorna in concorso al Festival di Cannes con il suo terzo lungometraggio, L'amico di famiglia interpretato dall'attore napoletano Giacomo Rizzo. Un successo improvviso per il regista napoletano di trentacinque anni, che con il suo cinema continua ad esplorare il lato oscuro dell'umanità.
Quale è l'idea dalla quale a preso spunto per la storia del film?
Qualche anno fa ho fatto un viaggio in Siberia e tra i viaggiatori ho notato una madre con il figlio, tutti e due molto anziani e inseparabili. Due persone chiuse nel loro mondo, completamente impermeabili all'esterno e che erano facilmente notabili per una certa bruttezza. L'idea per il mio film e' nata osservando da lontano questa relazione.
Dopo il mafioso del Le conseguenze dell'amore, l'usuraio de L'amico di famiglia. Cosa l'attira di questi personaggi così sgradevoli?
Sono personaggi che mi affascinano perchè ho la sensazione che la bellezza risieda nella bruttezza e nella sgradevolezza e non altrove. E' troppo semplice poterla riconoscere in chi è obiettivamente considerato bello. In chi è disprezzato dagli altri c'è spesso un'umanità, una sofferenza e una povertà che lo rende bello.
Perchè lei ha di nuovo collocato il denaro al centro del suo film?
Il denaro e i sentimenti sono le sole vere cose che muovono gli esseri umani; sono le cose più importanti per l'uomo contemporaneo. Mi interessa vedere e mostrare come questi due elementi convivono nell'uomo e come lottano in lui l'uno contro l'altro.
Perchè il ritmo e lo stile di questo film sono differenti dai suoi lavori precedenti?
Le conseguenze dell'amore era molto minimalista: avvenimenti abbastanza rarefatti, dal momento che in esso c'era la volontà di ritrarre i sentimenti e gli stati d'animo dei personaggi. L'amico di famiglia procede in maniera completamente diversa, con un eccesso di avvenimenti che pesano come un carico di pietra sui personaggi. Questo è un film più barocco, non meno rigoroso, ma più spinto verso un sovraccarico di eventi e situazioni, che verso una sottrazione degli stessi. In questo film ho cercato di lavorare più con l'immagine che con la parola; con Luca Bigazzi, il direttore della fotografia, abbiamo giocato molto sui contrasti tra gli interni, in ombra, e gli esterni bagnati dalla luce, inoltre per conferire al film un aspetto visionario abbiamo usato la luce artificiale anche per gli esterni, dal momento che essa conferisce un'atmosfera piuttosto irreale. Mentre la vicenda si svolge in una zona dell'Italia costruita all'epoca del fascismo, con un'architettura molto geometrica e squadrata.
Perché ha assegnato il ruolo del protagonista ad un attore poco conosciuto?
Giacomo Rizzo è un attore comico del teatro napoletano. Al cinema ha interpretato piccole parti, è apparso anche in Novecento di Bernardo Bertolucci. Io ho scritto la sceneggiatura pensando a lui, al suo viso e al suo fisico molto particolari.
A quale tradizione del cinema italiano il suo film è più vicino?
L'amico di famiglia è vicino al cinema di Federico Fellini, lo dico senza paragonarmi a lui. Egli era in grado di mettere in scena una rappresentazione a metà tra la comicità e il dramma. Questo è esattamente l'obiettivo del mio film. Ci tengo però a precisare che non si tratta di commedia, ma di comico e dei suoi aspetti primari e volgari, un po' come ciò che Fellini ha realizzato in Amarcord per esempio.
Quali sono i registi contemporanei che ama di più?
Tra i miei preferiti ci sono soprattutto registi americani come Scorsese, Coppola, i fratelli Coen, David Lynch, Jim Jarmusch, Tarantino, registi in grado di dare alla loro cultura un nuovo sguardo.
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